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Il ritorno della Storia e la fine dei sogni Robert Kagan – ed. Mondadori

La politica estera è come la medicina. Tutti ne parlano, pochi lo fanno avendone effettiva competenza e reale comprensione dei problemi.

Come già con i precedenti (su tutti Paradiso e Potere), l’ultimo libro di Robert Kagan (Il ritorno della Storia e la fine dei sogni, ed. Mondadori) aiuta a capire qualcosa di più di ciò che accade nel mondo. Kagan in modo semplice e asciutto, mai fazioso, ci guida alla scoperta dei Paesi emergenti di cui ogni giorno sentiamo parlare sempre più insistentemente: Russia, India, Iran, Cina. Ma anche Giappone, Europa e Stati Uniti d’America.

La tesi di fondo da cui si dipana il libro  è semplice ed è sufficiente a spazzare via le chiacchiere di molti sedicenti esperti italiani di politica internazionale: ‹‹All’inizio degli anni Novanta regnava una quasi universale e comprensibile atmosfera di ottimismo. Il collasso dell’impero comunista e l’apparente processo di democratizzazione avviato dalla Russia sembravano annunciare una nuova era di convergenza globale. I grandi rivali della guerra fredda si trovavano all’improvviso ad avere molte aspirazioni comuni, compreso il desiderio di integrazione economica e politica››.

In realtà – spiega l’autore – questo sogno si è infranto. È ritornata la Storia, e con essa gli stati-nazione che hanno dominato gli eventi del XIX e del XX secolo. La politica di potenza è un’espressione che non può essere archiviata. L’editorialista del Washington Post (che dall’84 all’88 ha lavorato per il Dipartimento di Stato USA) ci guida nazione per nazione per comprendere sentimenti, frustrazioni e aspirazioni dei popoli protagonisti del futuro del pianeta.

In Il ritorno della Storia e la fine dei sogni viene descritto anche il ruolo dell’Europa e si tratteggiano i rapporti dell’Ue e dei singoli stati europei con il gigante russo. Della Russia Kagan scrive senza pregiudizi di sorta, offrendo una lettura critica di ciò che è avvenuto in questo grande paese dopo Gorbaciov, ieri con Yeltsin e oggi con Putin. Dall’analisi della realtà russa, ‹‹dove il Cremino non ragiona sulla base dei diritti dei cittadini ma su quella dei bisogni della popolazione››, scaturisce la definizione di governo autocratico.

Kagan è un bel bagno nella realtà. A proposito dell’ultracentenaria storia di conflitti, tensioni, sopraffazioni e rivendicazioni sino-giapponesi, l’autore taglia corto scrivendo che ‹‹questi profondi solchi (…) non sono stati certamente colmati da due decenni di scambi e di globalizzazione››. Prova ne sia, ricorda Kagan, che fa il 1988 e il 2004 la percentuale di giapponesi con un’opinione favorevole della Cina è scesa dal 69 al 38%.

In Asia però la competizione non ha soltanto due protagonisti, Cina e Giappone. C’è anche l’India, la nazione egemone del subcontinente asiatico. Anzi, per Kagan il caso indiano è la dimostrazione di come ‹‹il commercio e la globalizzazione possano favorire, anziché frenare, le ambizioni di potere di una determinata nazione››.

L’autore ci guida anche a capire meglio l’Iran, ricostruendone le ambizioni a partire dalla sua storia millenaria e gloriosa. È l’occasione per una breve ma utile digressione dei rapporti interni all’Islam e della visione di larga parte della società iraniana degli Usa come del Grande Satana.

Al contempo il libro spiega come l’opinione pubblica americana consideri il comportamento del proprio paese nel mondo come quella di un ‹‹reluctant sheriff››, riluttante appunto ad intervenire per portare l’ordine e la pace nel mondo.

Il realismo di Kagan ci fa vedere la realtà internazionale con occhi disincantati. L’autore mette in discussione che si possa ancora parlare di comunità internazionale e presenta piuttosto un pianeta diviso tra il ‹‹club degli autocrati e l’asse della democrazia››. Nella seconda parte del libro l’autore infonde ottimismo: l’islam radicale, ad esempio, non prevarrà perché ‹‹la stragrande maggioranza delle società mediorientali non ha alcuna intenzione di tornare indietro di millequattrocento anni››.
Tuttavia – spiega Kagan – occorre andare ‹‹verso un concerto di democrazie›› capace di superare i limiti evidenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ‹‹completamente paralizzato dalla spaccatura apertasi fra i suoi membri democratici e autocratici››.
Quella che propone Kagan è una sorta di Lega delle democrazie perché – come scrive egli stesso – ‹‹in un mondo sempre più diviso (…) i democratici di tutto il globo dovranno stare uniti e compatti››.
Il realismo che anima questo splendido libro, in conclusione, offre più di una speranza sull’affermazione della democrazia e della libertà nel mondo intero.

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