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Dieci dischi per sopravvivere ai festival

Un piccolo prontuario di resistenza musicale potrebbe essere utile in questo periodo dell’anno in cui ai rigori e alle brume stagionali rischia di aggiungersi una marea crescente di canzoni festivaliere. Una marea che si preannuncia particolarmente perniciosa – ma siamo pronti a ricrederci – per la presenza di principi e allenatori di calcio. Bisogna prepararsi:  l’onda canora, invece di sommergere a mo’ di castigo le isole frequentate da ex famosi restii alla rassegnazione, inonderà implacabile l’etere fino alla prossima estate. Per non restare completamente travolti e per ricordare che un’alternativa esiste – anche se in questo costante stato d’assedio è sempre più difficile individuarla – il nostro modesto prontuario può indicare la strada delle buona musica. Un sentiero idealmente segnato da alcune pietre miliari, ovvero da alcuni dischi di cui non si può fare a meno per ritemprare gli esausti padiglioni auricolari dell’uomo mediatico. Individuare i classici dieci dischi da portare su un’isola deserta non è certo un’impresa facile. Inevitabilmente la lista sarà parziale o orientata dal gusto personale. Ma una scelta di campo – in questo come in altri ambiti della vita – è auspicabile oltre il musicalmente corretto.
Revolver, dei Beatles, è senz’altro la prima opera da consigliare. Il disco è stato pubblicato dai fab four nell’ormai remotissimo 1966. Quarantaquattro anni portati egregiamente a cominciare dalla elegantissima copertina in bianco e nero di Klaus Voorman. Ma l’attualità del disco non si limita certo alla veste grafica. Revolver in alcuni suoi contenuti anticipa la rivoluzione rock rappresentata da Sgt. Pepper’s lonely hearts club band – che molti avrebbero inserito in questo elenco – e ne è il necessario prologo. La sua forza innovativa è quindi superiore a quella dei successivi album del quartetto di Liverpool. Il disco segna una netta cesura con la produzione precedente e un punto di non ritorno per la musica leggera contemporanea. Alcune canzoni come Taxman e Got to get you into my life sembrano composte ieri. Altre, come Tomorrow never knows, mettono ancora i brividi per la loro illuminante semplicità e per la loro densità sonora.
Spostandosi in avanti di qualche anno e lasciando la piovosa Inghilterra per l’assolata California ci si imbatte in If I could only remember my name (1971), manifesto hyppie ascritto al sognante genio di David Crosby, ma alla cui produzione hanno partecipato tutti – ma proprio tutti – i migliori musicisti della West Coast, da Joni Mitchell a Jerry Garcia, da Neil Young a Jorma Kaukonen. Erano i giovani della generazione di Woodstock, ribelle e senza una direzione. Giovani troppo spesso votati all’autodistruzione, dalle cui canzoni trapela una fragilità esistenziale che ne spiega l’autolesionismo. Ma non era solo questo che li contraddistingueva. Altra loro caratteristica era infatti l’apertura alla sperimentazione musicale e il disco di Crosby ne è la prova migliore anche se per nulla facile. A un primo ascolto l’album si mostra riottoso, non si lascia amare facilmente. Ma dopo conquista pian piano l’ascoltatore, affidando al tempo perle come Laughing e Song with no words (Tree with no leaves).
Di nuovo in Inghilterra per un’altra pietra miliare, un disco al quale la definizione di bellissimo non rende nemmeno lontanamente giustizia:  si tratta di The dark side of the moon dei Pink Floyd, che per quasi un decennio ha stazionato nelle top 100 mondiali. Forse anche per il suo enorme successo commerciale l’album è abbastanza inviso ai puristi che preferiscono altri lavori della band, come Ummagumma, certamente più tormentato e sperimentale. Ma la differenza che passa tra i due lavori è più o meno la stessa che distingue un sushi da una carbonara cucinata a regola d’arte. Pur senza disdegnare alcune fugaci concessioni alla musica più sperimentale, The dark side of the moon è un disco straordinariamente godibile, dove l’abilità dei musicisti si combina alla maestria della produzione. Il risultato – ottenuto con una strumentazione e apparecchiature di registrazione che oggi appaiono primitive – suona ancora sbalorditivo e visti i presupposti sembra improbabile che, anche in futuro, qualcuno possa sfornare un album migliore.
La rivista “Rolling Stone” lo colloca al venticinquesimo posto nella classifica degli album più importanti della storia. Probabilmente Rumours – dodicesimo disco dei Fleetwood Mac, tra i più venduti di tutti i tempi – merita un po’ di più. Pubblicato nel 1977, fonde in un intrigante mix le radici blues del gruppo statunitense con il meglio del pop inglese e americano, senza dimenticare il country. La sua forza sta nella deliziosa e riuscita combinazione di strumenti acustici ed elettrici, ma ciò che rende Rumours un’opera importante, è la contraddizione tra la sua superficie allegra e l’angosciata intimità, fatta di rabbia, recriminazioni e perdita. Second hand news, Dreams, Don’t stop, Go your own way, The chain sono solo alcune delle perle di questa soap opera musicale che ancora affascina.
Atmosfere metropolitane pervadono invece The nightfly di Donald Fagen, pubblicato nel 1982. Un disco di nicchia, che non ha mai raggiunto il vero successo commerciale, ma che per i cultori del genere rimane un vero must. Brillante e ironico – dote questa sempre più rara anche nel mondo della musica leggera – Fagen, leader degli Steely Dan, mette insieme un pugno di canzoni suonate con enorme maestria. Dapprima l’album può apparire un po’ freddo e distaccato, come algido e scostante sembra il musicista. Ma si tratta solo di un’impressione passeggera, spazzata via dal fluire della musica che prima di colpire al cuore, passa, cosa abbastanza inusuale, attraverso il cervello dell’ascoltatore per far comprendere che in effetti suonare bene aiuta, eccome.
Sempre nel 1982 viene pubblicato Thriller di Michael Jackson che può solo fino a un certo punto essere considerato un disco di black music. In effetti Jackson aveva già cominciato la sua progressiva opera di scoloramento. Ma più che questo, a segnare una rottura con la tradizionale musica nera è stata la scelta della Epic, etichetta alternativa alla Motown – fino ad allora scuderia esclusiva degli artisti di colore statunitensi – e soprattutto il crossover musicale che si realizza nel disco sotto la direzione di Quincy Jones. Ritornato prepotentemente al successo dopo la morte di Jackson, Thriller resta il capolavoro del re del pop proprio per la sua forza innovativa rispetto agli schemi, ormai stereotipati, della black music.
Siamo nel 1986 e Paul Simon, gettatosi alle spalle la fruttuosa, ma un po’ melensa esperienza artistica con Art Garfunkel, incide uno dei capisaldi della musica leggera, Graceland, che segna in qualche modo la nascita ufficiale della world music. Due anni prima Simon si era imbattuto in un disco con la musica nera dei ghetti di Johannesburg. Ne rimase affascinato al punto da iniziare una personale ricerca, andando in Sud Africa, per carpire le sonorità dei musicisti locali. Da grande sperimentatore, e con una buona dose di furbizia e di fiuto per gli affari, l’artista mischia quella musica con la sua, dando inizio alla contaminazione di generi che è diventata il tratto caratteristico del nuovo filone multietnico. Il risultato – un evento culturale, oltre che musicale – è un disco bellissimo, un caleidoscopio di melodie intense e di immediata presa, rese ancora più ammalianti dalle voci dei Ladysmith Black Mambazo e dalla frizzante chitarra di Ray Phiri. Con Graceland la musica scopre nuovi colori e la sua straordinaria capacità di unire le persone.
Basterebbe One a giustificare la scelta di Achtung baby, settimo album degli U2 datato 1991. Ma One è solo la più riuscita di dodici canzoni ad altissimo contenuto musicale e testuale. Questo disco, infatti, segna un cambiamento radicale nello stile del gruppo irlandese che, pur rimanendo fedele al suo impegno politico e sociale, dà una scossa alla sua musica sperimentando nuove sonorità, alla ricerca di stimoli, per restare al passo con i tempi. Registrato a Berlino, l’album risente di questa atmosfera più mitteleuropea. L’elettronica entra prepotentemente nel sound del gruppo guidato da Bono, anche se la parte del leone spetta alla chitarra di The Edge, aggressiva come mai in precedenza. Forse meno spontaneo e genuino dei lavori precedenti, sicuramente più costruito, Achtung baby è certamente un disco simbolo degli anni Novanta.
A metà degli anni Novanta riesplode il pop britannico, fenomeno di cui sono protagonisti gli Oasis dei terribili fratelli Gallagher, figli inquieti – per usare un eufemismo – della working-class. (What’s the story) Morning glory? (1995) rimane il loro piccolo capolavoro, mai eguagliato anche per le continue scazzottate con cui i due Gallagher amano affrontare le loro questioni domestiche e musicali. Merito del gruppo è certamente quello di aver raccolto la grande tradizione beatlesiana, riproponendola con accenni punk e un sound inequivocabilmente molto rock. Le chitarre distorte, uno dei marchi di fabbrica degli Oasis, offrono una sonorità satura, talvolta fin troppo accentuata. Come del resto le esperienze non certo specchiate dei componenti del gruppo. Ma come la storia del rock insegna, dal tormento spesso nascono gioielli come Don’t look back in anger.
Siano alla vigilia del xxi secolo per un disco Supernatural di Carlos Santana (1999) che offre autentica dignità a un filone, quello dei duetti, che si va affermando per ragioni di mercato. Oltre l’aspetto commerciale, il disco del chitarrista messicano, unico reduce della Woodstock generation ancora in auge, fa capire che, con chi sa davvero suonare, il tempo è galantuomo. Nel disco si fondono generi di tutti i tipi – dal blues al soul, dalla salsa al rock – per un risultato di grande attualità e con sonorità all’avanguardia.
E qui si chiude la lista che, come detto, non pretende certo di avere la dote dell’esaustività, ma che compie scelte ben precise:  per esempio quella di escludere nomi come Bob Dylan. In effetti a Robert Zimmerman (vero nome di Dylan) si deve riconoscere una grande vena poetica che sconfina spesso nel visionario e, dopo la conversione, nel messianico. La sua grandissima colpa è però quella di aver dato il via a intere generazioni di cantautori “belle parole più tre note”, che in tutto il mondo – ma soprattutto in Italia – hanno messo a durissima prova le orecchie e la pazienza degli ascoltatori, pretendendo che a qualcuno potessero interessare i loro tortuosi percorsi (da l’Osservatore Romano). 

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