
Potremmo chiamarla «dimensione mistica» del cristianesimo. Esso infatti – per usare le parole dell’allora cardinale Ratzinger – prima ancora di essere una «religione», una «dottrina», un «seguito di leggi morali», un «complesso di riti», è «un fatto, un avvenimento». Cioè l’incontro col Dio che si è fatto uomo e che ha donato tutto se stesso affinché «l’uomo diventasse Dio», secondo l’espressione di Sant’Ireneo. Questa «dimensione mistica» è stata propria dell’uomo Karol Wojtyla prima e del Papa Giovanni Paolo II poi, ed è stata ben sottolineata nel corso di una recente puntata della trasmissione Porta a Porta. La «mistica wojtyliana» è stata descritta dallo scrittore e giornalista cattolico Vittorio Messori e dall’arcivescovo di Bologna, cardinale Carlo Caffarra, attraverso l’immagine di uomo che, in qualunque momento lo si incontrasse, dava l’impressione di essere in preghiera, cioè di vivere una intima e particolare relazione con Cristo, di essere in perenne dialogo con Lui.
Questo aspetto dell’esperienza spirituale di Giovanni Paolo II è apparso con maggiore forza ed evidenza negli ultimi anni del suo pontificato, gli anni della malattia, dell’infermità e del dolore, fino agli ultimi drammatici giorni dell’agonia. Ma esso è sempre stato presente nell’opera del grande Papa polacco, nelle pieghe di ogni sua scelta, di ogni sua iniziativa, di ogni suo gesto. Anche in quelli apparentemente più «politici», come, ad esempio, il contributo dato alla disgregazione del sistema sovietico, nel quale egli vedeva non soltanto un fenomeno storico ed economico, ma anche e soprattutto una minaccia spirituale per gli uomini, finalizzata ad estirpare dal cuore dei popoli europei – e non solo – il legame col cristianesimo e, assieme ad esso, il rapporto con Dio, con la fonte sorgiva dell’essere e della persona.
Ed è proprio questo termine, «persona», che in Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II lega dimensione mistica, dimensione culturale, dimensione politica. Perché se l’avvenimento cristiano è innanzitutto il rapporto totalizzante con la Persona di Gesù, allora anche la persona umana e la sua esperienza storica, alla luce dell’incontro con Cristo, assumono un valore incommensurabile prima sconosciuto. Ciò rende possibile il superamento della frammentazione dell’esistenza in una molteplicità di aspetti tra loro non comunicanti e, sopratutto, pone fine alla dicotomia tra fede e vita – rischio sempre presente in un’idea di cristianesimo disincarnata dall’esperienza concreta dei singoli e delle comunità. Quanto più è intenso il rapporto tra la persona umana e la Persona di Cristo, tanto più la vita dell’uomo assume un volto unitario, a immagine e somiglianza di quello di Gesù. E’ questo il cuore dell’esperienza e dell’annuncio di Giovanni Paolo II, che gli ha permesso di rendere Cristo così tangibile e così vicino agli uomini del suo tempo (da RagionPolitica).