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Granata, il suo è quasi sciacallaggio

“Non è una novità il fatto che Fabio Benedetto Granata è uno di quegli uomini politici per il quali i lo stato di diritto non è mai esistito, l’habeas corpus ha a che fare con il fitness e il welness e la presunzione di innocenza è un atteggiamento presuntuoso dietro cui si nascondono i malfattori. Eppure, anche se è vissuto di politica, è avvocato penalista e qualcosa dovrebbe avere orecchiato”
Non si risparmia il sarcasmo Giorgio Stracquadanio – l’ultrà berlusconiano spesso in polemica con i finiani – nel commentare l’intervista con la quale Granata ha chiesto l’autosospensione di uno dei tre coordinatori del Pdl Denis Verdini perché indagato dalla magistratura.
Granata dice che al posto di Verdini si sarebbe autosospeso perché fare un passo indietro non è ammettere la colpa. Cosa non la convince?
Granata esprime quella cultura del sospetto che è l’esatto opposto della nostra visione liberale. Granata è uno di quelli che Leonardo Sciascia definiva “professionisti dell’antimafia”, di quelli che “prima ti chiacchierano e poi ti dicono che sei chiacchierato”. E poi la sua è ipocrisia unita ad opportunismo.
In che senso?
L’ipocrisia sta nel fatto che Granata cerca oggi una rivalsa nei confronti di Verdini che ne aveva contestato le posizioni politiche su cittadinanza, immigrazione, stato di diritto e così via. Opportunismo perché usa il manganello dell’avviso di garanzia per cercare di vincere uno scontro politico. Non è proprio il caso di sollevare la “questione morale” e poi dire “basta al triumvirato, il Pdl ha bisogno di una guida certa”. Si può avere un giudizio critico nei confronti del partito – e anche io ho qualcosa da dire – ma non si può profittare di un inchiesta giudiziaria per ottenere vantaggi politici. Se non fosse una smargiassata sarebbe da considerare sciacallaggio.
Eppure non si sono sprecati gli interventi in difesa di Verdini.
È stato lo stesso Verdini a chiedere di essere sentito dai magistrati inquirenti ed è stato lui a rendere noto di essere indagato e di aver chiarito quanto c’era da chiarire. L’avviso di garanzia non gli è stato scagliato addosso come un arma letale. Se qualcuno, pero, confonde la serenità che tutti abbiamo con una mancanza di solidarietà si sbaglia di grosso. Un partito il cui leader è sotto attacco della giustizia politica, della giustizia deviata non può avere due pesi e due misure. Su Denis Verdini non c’è nulla di nulla e non si può mettere in discussione il suo ruolo sulla base del nulla.
Lei non crede esista una “questione morale” nel Pdl?
Ma quale questione morale. Il nostro è uno stato “criminogeno” perché è nella sterminata rete della burocrazia, spacciata per sistema di controllo, che si annidano le opportunità di corruzione, ladrocinio, malaffare. La politica è responsabile di non aver disboscato la giungla, anzi di crearla nell’illusione di accrescere i controlli. Invece abbiamo bisogno di un sistema con meno burocrazia e più responsabilità. Detto questo, se qualcuno nel mio partito fa affari illeciti va allontanato, non sospeso. Allontanato. Ma solo dopo l’evidenza dei fatti. Non sulle chiacchiere o sulle intercettazioni.
Non crede che le intercettazioni che sono state fin qui pubblicate rivelino uno scenario almeno disdicevole?
Io non mi fido affatto delle intercettazioni, dei brogliacci che vengono pubblicati. Ne ho esperienza diretta. Molti anni fa fui sottoposto a un indagine perché, nel corso della mia attività giornalistica, ricevetti una telefonata di un piccolo camorrista che voleva fornirmi quelle che lui chiamava “rivelazioni esplosive”. Io lo ascoltavo con molto scetticismo e, mentre parlava mi rivolgevo a lui dicendo “sì, sì”, intendendo dire “ho capito, prosegua”. Il giovanotto era intercettato e io venni accusato di aver confermato con il mio intercalare le enormi fesserie che mi stava dicendo. Ci sono volute sei ore di interrogatorio e un pubblico ministero galantuomo per fugare ogni dubbio. E questo dopo sei mesi di indagini su di me e sulla mia famiglia. Ecco cosa sono le intercettazioni (Il Predellino).

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