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“Don Gianni intellettuale senza eredi”, Il Velino intervista Andrea Camaiora

“Don Gianni non è più con noi ma è come se lo fosse. E il Pdl può ancora attingere dal suo insegnamento sempre attuale e stimolante”.  Così al VELINO Andrea Camaiora ricorda la figura di Gianni Baget Bozzo, con cui ha avuto modo di confrontarsi e lavorare assieme, scomparso lo scorso maggio a 84 anni. Camaiora, collaboratore della rivista Ragion politica, è autore di “Vita, morte e profezie di un uomo-contro” (Marsilio), il primo libro, accompagnato dalla prefazione di Stefania Craxi e della postfazione di Sandro Bondi, che esce sulla vita e il pensiero di Baget Bozzo presentato oggi a Milano alla Fondazione Craxi. Il volume ripercorre la carriera politica del sacerdote e uomo politico ligure, dagli esordi nella Dc all’elezione al Parlamento europeo nel 1984 con il Psi, causa di una sospensione a divinis durata dieci anni, fino all’appoggio a Silvio Berlusconi. Una fase, quest’ultima, nella quale Baget Bozzo ha operato da vero e proprio precettore per un’intera generazione di giovani politici e amministratori.  “Nel 1994 – ricorda Camaiora – il Cavaliere ha preso don Gianni che aveva attraversato tutta la storia del Novecento e gli ha affidato il compito formare i quadri del centrodestra. E di fatto l’operazione è riuscita.
Perché  oggi la classe dirigente under 40 del Pdl è tutta composta da quella che Baget Bozzo amava chiamare ‘Berlusconi generation’, altrimenti detta ‘generazione del dopo Muro di Berlino’: una classe che ha vissuto da spettatrice il dominio dei vecchi partiti della Prima repubblica e ha scelto un impegno a fianco di Berlusconi scevro dalle tradizionali ideologie. Da quella generazione sono usciti oggi sindaci, parlamentari, consiglieri regionali, uomini di governo a livello locale e nazionale, che hanno imparato da Baget Bozzo a guardare ai comunisti senza sudditanza culturale”.
Baget Bozzo e’ stato un uomo-contro, come evidenzia Camaiora nel titolo del libro e un profeta dello scandalo. “Era una figura che si divertiva a suscitare clamore – ricorda l’autore-. Aveva il senso della teatralità, gli piaceva stupire e questo un po’ lo accomuna a Berlusconi. Quando nel 2000 fu richiamato dal progressista arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi, a non fare politica perché troppo schierato visibilmente con Forza Italia, don Gianni ebbe la prontezza e il coraggio di ribattergli seccamente evidenziando come identico richiamo non venisse mosso a quei sacerdoti, come don Gallo, schierati a sinistra”. Meno scandalo, alla fine, ha suscitato la sospensione a divinis.  “In fondo la Chiesa assunse una decisione dolorosa, sofferta ma necessaria – spiega Camaiora -. La punizione per Baget Bozzo doveva servire da monito per impedire ad altri di fare lo stesso passo. Cosa che poi non è avvenuta, dal momento che oggi abbiamo don Gallo, don Vitaliano e tutti i preti no global che parteggiano, loro sì scandalosamente, per una parte politica che fa strame dei principi del cattolicesimo”.
Ma Baget Bozzo è stato anche l’uomo che si schierò nel 1960 con Fernando Tambroni, il presidente del Consiglio travolto dalle manifestazioni di piazza guidate della sinistra contraria a far svolgere a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, il congresso del Msi.  “Tambroni – ricorda Camaiora – da uomo di governo e di stato, a capo di un monocolore democristiano, aveva deciso di difendere la libera espressione di un partito rappresentato in Parlamento e quindi autorizzò giustamente il congresso di Genova. Fu però  travolto da Fanfani e da quella sudditanza, cominciata con la scomparsa di De Gasperi, dei democristiani nei confronti dei comunisti. Con la sconfitta di Tambroni, don Gianni capì che era giunto al capolinea il percorso autonomo della Dc che da quel momento infatti entrò in crisi”. Baget Bozzo precursore anche nel denunciare la degenerazione partitocratica. “Ne scrisse sul settimanale Lo Stato, al principio degli anni Sessanta, affermando il primato delle istituzioni – rimarca Camaiora -.
Tutte posizioni che oggi appaiono scontate, ma che all’epoca potevano ben definirsi una profezia perché non era da tutti parlare male dei partiti durante la Prima Repubblica che proprio su questi si fondava”. 
Don Gianni profeta anche sulla questione giustizia. “Quando nelle scorse settimane è esplosa la ‘vicenda Consulta’ – sottolinea Camaiora – il pensiero è  andato a Baget Bozzo e alle sue prese di posizione durante il quinquennio berlusconiano 2001-2006. In quel momento, di fronte alle manifestazioni e alle proteste dei magistrati contro l’esecutivo e la riforma Castelli, scrisse più volte che i giudici sentono la giustizia non come un affare dello Stato ma come un affare loro personale, dell’ordine della magistratura, dell’Anm e del Csm. Don Gianni ricordava che Berlusconi e’ sì il leader del popolo italiano, perché interpreta la maggioranza degli elettori, ma non controlla l’elite del Paese che gli è contro. Quando il Cavaliere vede comunisti dappertutto, evidenziava Baget Bozzo, è perché i comunisti sono effettivamente dappertutto: nei giornali, alla Consulta, al Csm, alla presidenza della Repubblica e, quando scriveva don Gianni, alla presidenza della Camera con Violante”.
Camaiora ricorda gli ultimi istanti di vita di Baget Bozzo.  “E’ morto profondamente sereno e soddisfatto per due ragioni. Innanzitutto perché Berlusconi ha vinto l’ultima volta le elezioni in modo indiscutibile e, parafrasando le vicende del ’94, in maniera ‘irribaltabile’. Inoltre la Chiesa, a cui don Gianni come ministro di Dio seguitava a essere legato, è lontana dai momenti di smarrimento vissuti con i pontificati di Giovanni XXIII e in parte di Paolo VI, ed è  ora nelle salde mani di Papa Benedetto XVI di cui Baget Bozzo aveva grande considerazione. Insomma, per tutta la vita, prima come democristiano poi come socialista craxiano e infine come berlusconiano, don Gianni si era battuto contro i comunisti e alle ultime elezioni li aveva visti scomparire. Si era inoltre battuto per una Chiesa che riscoprisse la sua identità  e non cedesse al pauperismo e al multiculturalismo, e ha potuto assistere all’elezione di Ratzinger al soglio di Pietro”. Restava la profonda preoccupazione per l’insorgenza dell’islam su cui ha scritto il libro “L’impero d’Occidente”.
“Individuava nell’avanzata islamica in Europa e in Italia il principale problema del pianeta – sottolinea Camaiora -. Per fortuna di Urso e di Fini che don Gianni non abbia potuto ascoltare la proposta dell’ora islamica a scuola. Non oso immaginare cosa avrebbe potuto scrivere, credo gli si sarebbe incendiata la penna”.
Esiste nello schieramento moderato un erede di Baget Bozzo? “Oggi il centrodestra ha conquistato politicamente e culturalmente il Paese e ha vinto ogni sfida possibile – risponde Camaiora -. Purtroppo un personaggio come don Gianni è irripetibile proprio perché non potrebbe esistere una persona che abbia vissuto le sue stesse esperienze. Esiste un uomo d’intelligenza straordinaria e di cultura sconfinata che è Francesco Cossiga, il quale però non si può  annoverare tra gli intellettuali di centrodestra. Casomai tra gli stimolatori”.
Mancano intellettuali, insomma, e men che meno Camaiora immagina possa uscire qualcosa dalla fondazione Farefuturo.
“Chi crede di fare il futuro, in realtà sta facendo piuttosto solo confusione – evidenzia Camaiora -. Basta dare un’occhiata al Secolo d’Italia della scorsa settimana: nella logica delle bagattelle da centrodestra, dove gli intellettuali amici di Fini devono pizzicare Berlusconi, si è stati capaci di sbattere in prima pagina e strumentalizzare Alberto Asor Rosa. Sarebbe stato come se in anni scorsi, per attaccare Fini, una rivista vicino Forza Italia avesse ospitato Paolo Flores d’Arcais”.

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