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Donne/Perché non sarò in piazza il 13 febbraio

“In Italia la maggioranza delle donne lavora fuori o dentro casa, crea ricchezza, cerca un lavoro (e una su due non ci riesce), studia, si sacrifica per affermarsi nella professione che si è scelta, si prende cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani”. È uno stralcio del testo dell’invito alla mobilitazione nazionale organizzata per il 13 febbraio in ogni grande città italiana “per difendere la dignità delle donne” e che ha come prime firmatarie molti nomi altisonanti tra le donne del nostro Paese. Sono pienamente d’accordo con quanto appena riportato (come non esserlo?), ma è per questo motivo che non firmerò e che non parteciperò ai cortei.
Sono convinta che le donne che lavorano, che si sacrificano per la professione che hanno scelto e che cercano di conciliare il lavoro con la famiglia, sono quelle che meno hanno da temere. Sono il cuore pulsante di questo Paese che nulla c’entra con quel sistema malato che in questi giorni ci raccontano. Forse si sta facendo un po’ troppa confusione: non penserete davvero che all’estero vedano lo scandalo che coinvolge il premier e le sue donne come sinonimo degli usi e dei costumi di tutti gli italiani? Il fatto di “accusarci” di aver scelto democraticamente un Presidente del Consiglio dalla moralità discutibile non significa credere che quelle giovani ragazze rappresentino le donne italiane…
Accade così che anziché lasciare che a sbrogliare il groviglio siano i giudici e Berlusconi, anziché smorzare i toni e fare di tutto perché la questione rimanga nei suoi confini naturali, anziché approfittare per imporre un’agenda seria al nostro Paese che sia in grado di affrontare (e magari risolvere) tutte le difficoltà che ancora oggi le donne devono superare per vivere la loro vita a 360 gradi, noi sostituiamo la foto del profilo Facebook con quella di una grande donna della storia o partecipiamo ad un flash mob pensando che questo aiuti a cambiare le cose.
Si continua a considerare la questione femminile come una questione di genere e ad avviare campagne dal titolo “Non siamo bambole”, praticamente né più né meno di quello che le suffragette già facevano all’inizio del ‘900, senza capire che se una donna su due non lavora e non cerca un’occupazione è un problema di tutti, non solamente delle donne. È per queste ragioni che il 13 febbraio andrò a lavorare anziché sfilare per strada. Ma visto che la solidarietà tra noi donne è comunque il primo passo da compiere, sappiate che per aderire basta scrivere a [email protected]  

(dalla rubrica “Donne, Avanti! del 2 febbraio 2011).

 

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