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Se è il governo che fa il partito

Fatale, nel 2007, fu l’elezione plebiscitaria di Walter Veltroni a leader del neonato Partito Democratico. Romano Prodi di problemi ne aveva già tanti. Ma l’ingombrante investitura dell’ex sindaco di Roma contribuì a delegittimare il governo e la sua guida, caduti poi rovinosamente l’inverno successivo.
Con la fretta di pensare al futuro, di fare bella la sinistra attraverso la frettolosa incoronazione del rivale buono di D’Alema (scampato all’Africa per il bene del progressismo italico), si scordarono il presente. Per buona pace del recidivo Professore, vittima sacrificale, per la seconda volta, della sua stessa maggioranza.
Da quando è nato invece ufficialmente il Pdl, nel non lontano marzo 2009, il governo Berlusconi ha dovuto fare i conti con beghe interne di non poco conto. Il primo anno è stata consumata la fatidica luna di miele con gli italiani, in quello seguente sono iniziate le crisi e le tensioni. Sfociate nell’attentato di piazza Duomo a pochi giorni dal Natale.
Sullo sfondo le prime avvisaglie per il premier: il partito pesante, quello leggero, le caserme e la democrazia interna. Poi ecco il 2010 e le Regionali: le polemiche infinite per le liste mancate e il trionfo schiacciante firmato Silvio Berlusconi. Segno di un consenso ancora ampio, nonostante gli autogol e i veleni.
Finalmente la fase 2? Un ritorno alla politica del fare? Manco per sogno. Riecco il partito da ripensare e da rivedere, i finiani da combattimento e il mezzo confuso ancora con il fine. Domanda che nasce spontanea: vuoi vedere che sono i partiti che portano male? Il Pdl come il Pd, garanzia di sciagure per il malcapitato esecutivo di turno.
Non è ovviamente questione di sfiga, ma di opportunità. E chiarezza. Agli elettori, che hanno sostenuto l’ambizioso progetto politico del centrodestra, interessa poco la forma e tanto la sostanza. Vogliono fatti, ovvero nuove leggi e le tanto sospirate riforme: dalla giustizia al fisco, dalle infrastrutture alla libera impresa. Passando per il federalismo e mondo del lavoro. Altro che coordinatore unico, congressi, spifferi e correnti.
Immaginare un partito migliore e renderlo il più possibile plurale ed efficace non può che essere cosa buona e giusta. Ma pensare che solo da esso possa dipendere la qualità dell’azione di governo è come minimo fuorviante. Perché l’attuale maggioranza, eletta nel 2008 dal popolo, non ha affatto bisogno di ulteriori legittimazioni. Esistono già un esecutivo e un parlamento che hanno il dovere, più che il diritto, di procedere secondo il programma elettorale illustrato alla cittadinanza. Non sono ammessi alibi e tanto meno distorsioni.
Il futuro del Popolo della Libertà sta a cuore a tutti quelli che credono nei valori che dal 1994 hanno dato vita ad una nuova era del nostro Paese. Ma non deve assolutamente essere utilizzato in maniera strumentale per rinnegare antichi principi e logorare le leadership.
C’è però un errore di valutazione, che più di altri, può essere davvero considerato imperdonabile. Si pensa solo a come il nuovo partito possa migliorare il governo, trascurando fatalmente la direzione opposta: è l’esecutivo, con i suoi concreti risultati, a legittimare e costruire, giorno dopo giorno, un partito moderno e vicino alle aspirazioni, agli ideali e ai bisogni del cittadino (ilPredellino).
 

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