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Lo scrittore che mal sopportava il Novecento

Quando la fantasia ballava il boogie è un testo folgorante nel quale lo scrittore, onorato da una delle più antiche università italiane di un titolo ancor più significativo per chi gli studi universitari non aveva compiuto per scelta e per sprezzo, viveva un momento di grande emozione. L’accuratezza della scrittura consente di immaginare la prolusione come il testamento spirituale cui affidare un messaggio che va ben al di là dell’occasione.
Per spiegare le ragioni che avevano indotto gli accademici a rendergli omaggio, Parise – che l’8 dicembre avrebbe compiuto 80 anni – torna indietro, all’adolescenza, al tempo che precede la sua scelta di diventare scrittore. La laurea gli viene assegnata, dice, perché il suo lavoro di scrittore, è stato apprezzato da chi “ha ritenuto di trovare nel complesso dei miei scritti quel nescio quid, quel qualche cosa in più, quella molecola di novità che ha permesso di fare un microscopico passo in avanti alla letteratura italiana”. Per spiegare questo quid, Parise va oltre l’origine, prima della sorgente, sino al momento in cui il boogie è stato l’annuncio sonoro del “nuovo”.
La musica di In the mood – il testo da cui parte il boogie – segna il momento della libertà:  “Quel ritmo inventò un’epoca che coinvolse il mondo nella grande aura della libertà”. Siamo qualche anno prima della scelta di diventare scrittore, infatti “piano piano la felicità della vita andava esaurendosi:  venne il ’45, il ’46, il ’47, e lì finì, come finisce una vita”. Nel 1947, dunque, già tutto è finito.
La scrittura di Parise appartiene al giorno dopo, rispetto  alla  felicità.  L’immaginazione – frutto generoso della libertà – finisce nel 1947, dopo comincia il faticoso esercizio di una vita dedicata a scrivere, tornando con la memoria a quella stagione nella quale tutto era stato possibile. Da allora non c’è più stata la semplice affermazione della felicità della scrittura, è stato un continuo strappare, faticoso e addolorato, brandelli di poesia a un mondo che sembrava non averne più bisogno dopo aver vissuto una catastrofe:  “Poi una rivoluzione, qualche cosa di tellurico per l’immaginazione è salito alla superficie”. È scoppiata la bomba atomica:  l’eco di Hiroshima ha invaso il mondo e nessuno, il giorno dopo, sarà più felice, per l’eternità.
Mood è intraducibile, si può intenderlo come “umore”, “stato d’animo”, però Parise ne sposta il senso verso l’area semantica del “capriccio”, assai diverso dall’umore, nel senso che lo colora. Uno stato d’animo “capriccioso”, dunque, nel quale nasce il desiderio, la volontà, di esercitare la libertà di immaginare il mondo. Per spiegare che “il mood è lontano, sempre più lontano”, Parise inventa un’immagine:  “L’arte è come una farfalla, senza eredi e capricciosa” che “si posa dove e quando vuole lei. E inoltre un insetto come tutti sanno ha vita breve”.
Nel 1985, qualche mese prima di andare a ritirare la laurea, Parise scrive un altro elzeviro nel quale si interroga su che cos’è l’arte moderna, e dice che “è uno spinoso albero dai mille rami” a cui non ci si vorrebbe avvicinare per il tormento che inevitabilmente ne verrà. “È uno spinoso albero dai mille rami che dà molto bene l’idea di questa confusione in atto (…) c’è una grande confusione nell’arte (…) contemporanea – insiste – e, quel che è più grave, non si può dare la colpa a nessuno dei già presunti colpevoli”.
Parise mal sopporta il Novecento:  il mondo com’è non gli piace. Lo infastidisce l’ideologia cui contrappone “l’intelligenza del cuore”. Diffida della storia, perché la storia storicista, ideologica, dà coerenza alla confusione, trova il filo rosso dove invece c’è un albero spinoso. È avverso alla contestazione e alle dittature. Non ama i suoi coetanei, sbuffa contro Pasolini, Fortini gli fa venire l’orticaria e lo irrita anche Calvino con quella sua supponenza di piccolo classico imbalsamato. Insomma non sopporta il disordine, la voglia di stare in gruppo, cui contrappone un aristocratico, o umanistico, primato dell’individuo.
Cogliere i momenti significativi della sua costruzione di un pensiero positivo è interessante perché Parise ha assaporato la felicità e conosce il piacere della vita; non è un disperato, perché non avendo avuto la speranza non l’ha neppure perduta; conosce la non edificabilità della felicità, ma quando la incontra se ne riempie.
È un ammiratore della bellezza della vita, e quando parla dell’arte contemporanea, di quest’arte del mondo della confusione, dice che di fronte a essa l’unica reazione possibile “è un guizzo, un frisson non più intenso di una leggera scossa elettrica”.
Prima c’era il mood, adesso c’è il frisson:  anch’esso non è razionalizzabile, né spiegabile o condivisibile. C’è chi ha il guizzo e chi non lo ha. Non è un’estetica, un’interpretazione che ci induce a distinguere il bello dal brutto, non è un criterio, è solo un’emozione, un battito del cuore. “Tale frisson è talmente individuale da distribuirsi ad personam secondo un capriccio da imputare soltanto al caso”.
In un saggio sulla Vecchia Italia degli odori buoni Parise scriveva che “il coraggio, la dignità e l’onore sono cose e hanno un loro sapore e odore e profumo”, sono i valori della tradizione, i vecchi sentimenti, recuperati come segnali di un mondo nel quale l’umanesimo era ancora possibile. A questo elenco aggiunge la povertà, che distingue dalla miseria:  la prima è un valore, l’altra un disvalore. La povertà evoca il mondo scomparso prima che la sua generazione potesse farne esperienza, evoca valori che meritano di essere cercati lungo le tracce che ancora ne resistono.
Parise cercava nel presente le tracce del passato:  basterebbero le pagine dedicate al suo Veneto “barbaro” di muschi e nebbie, dov’è descritta la scoperta del suo “piccolo Eden” lungo il greto del Piave. “La civiltà veneta non c’era” e se c’era restava confinata negli spazi delle sue antiche città, quel che invece esisteva era “la “madre terra” (…) barbara e brutale (…) un rimasuglio, o un resto genetico e somatico delle invasioni nordiche”, terragna, primitiva, selvaggia, ma al tempo stesso forte, attiva, operosa.
Pessimista innamorato della vita, testimone del disagio di una generazione sofferente per lo strappo che c’è stato, Parise suggerisce un profondo ripensamento. Non importa scoprire le tracce della catastrofe, quel che conta è ciò che dopo è rimasto dell’autentica vita dell’uomo (Da l’Osservatore Romano).

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