La medicina e la virologia sono stati in questi mesi dei fari nella nebbia dell’incertezza portata dalla pandemia. Se da una parte la politica, i politici e l’economia non sono riusciti a rassicurare e in alcuni casi a dare risposte concrete, d’altra parte la comunità scientifica è sembrata essere un punto di riferimento costante. 

È per tale motivo che quest’anno il riconoscimento del Nobel per la medicina ha inevitabilmente un sapore diverso. Mentre l’intera comunità scientifica è ancora impegnata a trovare un vaccino per contrastare l’epidemia di Sar Cov 2, lunedì 5 ottobre, il Karolinska Institutet di Stoccolma, in diretta streaming, ha consegnato il premio Nobel ai virologi Harvey J. Alter (Usa), Michael Houghton (Uk) e Charles M. Rice (Usa). I tre premiati hanno conseguito il riconoscimento a seguito dello studio che ha contribuito a scopire il virus dell’epatite C e a spiegare una delle principali fonti di epatite trasmessa dal sangue, che non poteva essere spiegata dai virus dell’epatite A e B. Questa scoperta, secondo le stime, contribuirà a curare circa 70 milioni di casi di epatite C nel mondo, ed è un dato che potrebbe essere addirittura sottostimato. L’epatite C causa 400mila decessi all’anno ed è una delle cause più comuni di trapianti di fegato e questo da l’idea della valenza di una tale scoperta.