Stop alla vendita di Cannabis light da parte del Consiglio superiore di Sanità (Css). Mentre in Canada ieri veniva approvata la legalizzazione dell’”erba” a scopo ricreativo, in Italia si discute ancora sulla possibilità o meno di vendere di fiori di canapa con un basso livello di Thc (per la legge italiana è consentito vendere prodotti con livelli di Thc compresi tra lo 0,2 e lo 0,6%).

Secondo l’organo consultivo, a cui fu chiesto un parere in febbraio dal segretario generale del ministero della Salute, «non può essere esclusa la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa» e quindi «raccomanda che siano attivate nell’interesse della salute individuale e pubblica misure atte a non consentire la libera vendita». La palla passa ora al ministero presieduto da Giulia Grillo che dovrà decidere se mantenere la norma oppure modificarla o abrogarla del tutto.

Al Css furono posti due quesiti: se i prodotti a base di cannabis fossero nocivi per la salute dell’uomo e se fosse giusto commercializzarli ed, eventualmente, a quali condizioni. Alla prima domanda il Consiglio ha risposto che «la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o ‘cannabis leggera’, non può essere esclusa. La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni (0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge, Ndr) - si legge nel parere del Css - non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine».

Il Css sottolinea come non siano state considerate negli studi specifiche condizioni particolari come malattie degenerative, gravidanza e allattamento, interazione con farmaci ed effetti sull’attenzione aumentando il rischio che l’assunzione anche inconsapevole possa essere nociva per l’individuo in sé o per gli altri.

Al quesito sulla commercializzazione dei prodotti da canapa industriale, previsto dalla legge 242/2016, il Css risponde che «tra le finalità della coltivazione della canapa industriale non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico; pertanto la vendita dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di “cannabis” o “cannabis light” o “cannabis leggera”, in forza del parere espresso sulla loro pericolosità, qualunque ne sia il contenuto di Thc, pone certamente motivo di preoccupazione». Secondo l’agenzia di stampa AdnKronos, il ministero della Salute avrebbe chiesto anche il parere dell’avvocatura di Stato, ma ancora non è arrivata alcuna risposta.

La pubblicazione del parere ha subito scatenato polemiche. Per il farmacologo Silvio Garattini, direttore scientifico dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, «la cannabis light è droga a tutti gli effetti e bisogna togliere dalla testa della gente termine leggera. I potenziali rischi per la salute esistono soprattutto per i giovani». Dall’altra parte Benedetto Della Vedova di Forza Europa, tra i principali promotori della legge che nel 2016 legalizzò la vendita dei prodotti a base di canapa: «Finirà che avremo un mercato nero e criminale anche per la cannabis light. Mentre il Canada legalizza la marijuana per sottrarre profitti alle mafie e contrastarne l'uso da parte dei minori, temo che la direzione di marcia di questo governo sarà la proibizione».