La notizia era nell’aria da giorni, ma solo ieri è stata ufficializzata dal presidente Trump: gli Stati Uniti abbandonano dall’accordo sul nucleare con Teheran.

Dopo anni di trattative, nel 2015, Hassan Rouhani, Presidente iraniano, e i paesi del “5+1” (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia e Germania), arrivarono a un accordo per la riduzione progressiva delle sanzioni all’Iran in cambio della rinuncia allo sviluppo del nucleare da parte di Teheran.

L’uscita dall’accordo, considerato fondamentale dalla diplomazia mondiale per tenere sotto controllo una potenza che nel tempo si è rivelata potenzialmente ostile al mondo, è stata anticipata da una telefonata di Trump al collega francese Macron nella serata di ieri, ed è stata diffusa grazie a fonti giornalistiche interne all’Eliseo. La diplomazia europea spera di poter porre rimedio alla situazione facendo cambiare idea al presidente americano, ma gli effetti della decisione di Trump non hanno tardato ad arrivare.

Secondo l’agenzia cinese Xinhua la decisione di Washington ha definitivamente scoperto “il vaso di Pandora” contro il multilateralismo globale che potrebbe creare più reazioni negative che positive nei confronti della Casa Bianca. Il Global Times, il principale giornale del Partito Comunista Cinese, fa appello alla diplomazia europea e cinese come ultimo baluardo in difesa di un ordine globale che, dall’elezione di Trump in poi, tende sempre più al caos. ‹‹Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si sta assistendo a un'estrema divergenza tra gli Stati Uniti e l'Unione Europea. - Scrive il popolare tabloid cinese - Pechino e Bruxelles devono consolidare la loro volontà politica. È arrivato il momento di decidere come affrontare congiuntamente gli Stati Uniti e difendere l'ordine globale››.

Anche la Turchia si schiera contro la decisione del Tycoon giudicandola come una “scelta infelice”. Il Ministero degli Esteri di Ankara ha commentato: ‹‹Abbiamo sempre sostenuto una soluzione diplomatica e politica per le questioni inerenti il nucleare iraniano. Siamo dinanzi a una scelta infelice, presa nei confronti di un accordo da difendere››. Nonostante le parole di attacco contro la decisione statunitense, il governo turco si augura una soluzione pacifica e un rientro nell’accordo confidando nella diplomazia mondiale.

Intanto gli effetti della decisione americana hanno sortito effetti sulle finanze turche con la lira che tocca i minimi storici a 4.3736 dollari, in calo dell’1,3%. L’economia di Ankara risulta particolarmente sollecitata in questo periodo a causa della forte inflazione (115%), ma il governo turco non intende raffreddare la situazione a causa delle imminenti elezioni del prossimo giugno. I rischi che il governo di Erdogan sta cavalcando mettono la Turchia sotto i riflettori delle agenzie di rating, che temono il rischio di effetti negativi derivanti da uno shock economico.

Tutti i paesi emergenti risentono dei problemi derivanti dall’annullamento dell’accordo Usa-Iran, a causa del rafforzamento del dollaro anticipato dall’introduzione dei dazi sull’economia americana. Anche l’Euro patisce gli effetti della pesante notizia toccando il minimo annuale rispetto al dollaro (1,1830 dollari). Le borse orientali subiscono l'eco dell’iniziativa americana: l’indice Nikkey di Tokyo chiude con -0,44% a 22.408,88 punti, mentre chiude in rialzo la moneta cinese sul biglietto verde fissandosi a 129,50 Yen al dollaro.

Il prezzo del petrolio, invece, schizza oltre i 70 dollari al barile trainato dalla decisione dell’Arabia Saudita di coprire le quote lasciate ora libere dall’Iran. I sauditi, infatti, sono gli unici che hanno accolto positivamente la decisione di Washington in quanto si contrappongono all’Iran nello Yemen e vedono la possibilità di appropriarsi di un potenziale di mercato pari a circa due milioni e mezzo di barili al giorno. Prima dello stop all’accordo, infatti, la quantità di barili esportati giornalmente da Teheran si attestava sui 2,5 milioni contro il milione circa pre-2015. I sauditi, scrive in una nota il Ministero dell'Energia, lavoreranno ‹‹con i principali produttori dentro e fuori dall'Opec e con i principali Paesi consumatori per limitare l'impatto degli eventuali tagli ai rifornimenti››.

Preoccupanti le reazioni da Teheran che, dopo la minaccia del presidente Rouhani di lunedì scorso, ha visto i parlamentari iraniani bruciare la bandiera americana all’inizio della seduta di questa mattina all'urlo di ‹‹a morte l’America››.