La situazione di Arcelor Mittal e dello stabilimento di Taranto resta confusa e concitata. L’azienda infatti ha avvisato che, se venissero meno le tutele legali, lo stabilimento pugliese chiuderebbe.

Giovanni Tria, ministro dell’Economia, ha avvertito i colleghi di maggioranza dicendosi preoccupato per la situazione ed evidenziando come questo sia un problema da affrontare.  A farli eco Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, che “capisce e condivide le preoccupazioni” e che ha chiesto al ministro Luigi Di Maio «di avere ampie garanzie su sul fatto che non si stia scherzano o mettendo a rischio 15 mila posti di lavoro perchè la tutela dell'ambiente è fondamentale e c'è un piano di risanamento, però in un momento come questo dove l'occupazione è una priorità e parlo non solo di Ilva ma anche dell'Alitalia e di Mercatone unobisogna fare tutto il possibile per tutelare il diritto al lavoro. Conto che si riesca nel continuare nel piano di risanamento ambientale ma l'Italia ha bisogno di cantieri, di autostrade, di ferrovie, di ospedali nuovi». In tutta risposta il collega vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico ha convocato per il 9 luglio alle ore 16 il tavolo con i sindacati sulla situazione dell'ex Ilva ora Arcelor Mittal, presieduta da Di Maio stesso «per effettuare il monitoraggio dell'accordo sindacale a seguito delle azioni unilaterali di ArcelorMittal».

La mancanza di chiarezza e la situazione di crisi tra le parti mette in agitazione anche gli stabilimenti collegati di Genova e Novi Ligure, ed in particolar modo i sindacati. Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil, si aspetta uno stop alla procedura di cassa integrazione per i 1.400 lavoratori, e denuncia che «In queste ore mentre a Taranto in termini unilaterali la multinazionale comunica il numero delle giornate di cassa integrazione, allo stesso tempo, a Bruxelles il Ceo di ArcelorMittal Europa minaccia la chiusura dello stabilimento a partire dal 6 settembre se non verrà ripristinata l'immunità penale per la gestione del piano ambientale e industriale».

Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl sostiene che «è evidente che se la fabbrica dovesse chiudere, il Governo dovrebbe porsi subito due grandi problemi: come si tutelano 10-13 mila lavoratori tra diretti e indiretti solo a Taranto, senza poi trascurare le ricadute su più larga scala, perché lo stabilimento di Taranto non produce solo per Taranto come si sa bene, e chi, a quel punto, porta avanti e come il risanamento ambientale della fabbrica, che con l’addio di Arcelor Mittal resterebbe questione aperta e irrisolta».

 Anche la Uil, per voce del segretario Carmelo Barbagallo, ha denunciato la situazione allarmante. «La multinazionale produce nel mondo 90 milioni di tonnellate di acciaio – ricorda -, i 5 milioni di Taranto sono poca cosa per creargli problemi. Anche nei momenti di difficoltà del mercato, non gli sembra vero poter utilizzare qualsiasi strumento o provocazione per andarsene via dal nostro Paese. Non possiamo permettercelo, per le migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti, per le famiglie che vivono sul territorio e anche per il risanamento ambientale».