Weekend di purificazione per il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che in una due giorni di fuoco ha letteralmente archiviato due delle pratiche più scomode della sua esperienza in Campidoglio. L’ultima ieri, con il referendum sulla messa al bando del trasporto pubblico locale che non ha raggiunto il quorum, come più o meno velatamente auspicato dalla stessa Raggi, che alla notizia ha esultato, twittando che «Atac resta dei cittadini romani». L’altra, più dolorosa, ha avuto il suo lieto fine nella giornata di sabato, quando è giunta la sentenza di primo grado nell’inchiesta nomine, che vedeva la prima cittadina della Capitale al banco degli imputati per falso in relazione alla nomina di Renato Marra a capo della direzione turismo.

 

Venerdì scorso la requisitoria del pubblico ministero, Paolo Ielo, in cui il magistrato aveva chiesto per il sindaco una condanna a 10 mesi. Dello stesso avviso tuttavia non è stato il giudice, Roberto Ranazzi, che ha assolto Raggi perché il fatto «non costituisce reato». Pronta la risposta del M5S: Raggi scrive su Twitter «Questa sentenza spazza via due anni di fango, andiamo avanti a testa alta». A lei si aggiunge il coro degli esponenti del movimento, tra cui spiccano il vicepremier Luigi Di Maio - che assicura «abbiamo sempre creduto in te» - e Alessandro Di Battista che invece - dall’altra parte dell’oceano - coglie l’occasione per scagliarsi contro i giornalisti, rei - secondo lui - di aver raccontato una storia diversa rispetto alla realtà in merito alla questione Raggi. Così Di Battista si rivolge ai cronisti, definendoli «pennivendoli e puttane», un’espressione che ha suscitato forti reazioni da una folta schiera degli addetti ai lavori.

 

Dura la reazione degli altri partiti, con il Pd e i radicali in testa che invitano il sindaco a dimettersi non per problemi giudiziari, ma per «manifesta incapacità di amministrare». Suscita scalpore anche il gesto dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi, che dopo l’assoluzione ha chiamato Raggi per mostrare vicinanza. Anche il senatore dem, infatti, si è più volte detto vittima del fango mediatico-giudiziario, piovutogli addosso nella recente vicenda Consip. 

 

Virginia Raggi era stata iscritta nel registro degli indagati il 9 gennaio del 2017: la Procura di Roma le contestava le nomine di Renato Marra, fratello di quello che allora era il suo braccio destro, da vicecapo della polizia municipale alla Direzione Turismo del Campidoglio, e quella di Salvatore Romeo che da funzionario comunale viene promosso a capo della segreteria con un aumento di stipendio che passa da 39mila a 120mila euro l'anno. Le accuse per la sindaca sono falso e abuso d'ufficio per la vicenda Marra mentre per il caso Romeo c'è solo quella di abuso d'ufficio (in concorso con Romeo). Secondo i pm, la sindaca avrebbe mentito all'Anticorruzione del Comune sulla nomina di Marra dicendo che nella nomina del fratello ebbe una funzione di «mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie di valutazioni e decisionali».

 

Dopo una serie di interrogatori avvenuti nel febbraio 2017, le dichiarazioni di Salvatore Romeo dipingevano chiaramente una situazione diversa rispetto a quella che coinvolge i Marra: in quei giorni, inoltre, lo stesso Raffaele si sottrasse all’interrogatorio. Le indagini vengono concluse nel luglio del 2017, e il sindaco viene rinviato a giudizio nel gennaio del 2018 per quanto riguarda la vicenda Marra, mentre per quella che concerne la nomina di Romeo viene chiesta e ottenuta l’archiviazione

 

Il 5 gennaio viene accolta la richiesta di giudizio immediato, e la prima udienza si tiene il 21 giugno del 2018. Sono tanti i testi che si succedono in aula: dalla vice responsabile dell’Anticorruzione del Comune, Mariarosa Turchi, ad Antonio De Santis, delegato del sindaco al personale. Virginia Raggi sale al banco invece nell’ottobre di quest’anno. Il sindaco ribadisce che «nella nomina di Renato Marra, il fratello Raffaele non ha avuto alcun potere discrezionale. Si è limitato ad eseguire una mia direttiva nell'ambito della procedura di interpello per i nuovi dirigenti. Il suo fu un ruolo compilativo». 

 

Venerdì scorso infine la richiesta da parte dell’accusa di una condanna a 10 mesi, non accolta dal giudice che ha assolto Raggi perché il fatto «non costituisce reato».