La Corte d’Appello dell’Aquila ha depositato le motivazioni dell’assoluzione di Guido Bertolaso, pronunciata in secondo grado durante il luglio scorso. La decisione confermava quella presa dal giudice di prima istanza, che aveva decretato il proscioglimento dell’ex capo della Protezione civile «per non aver commesso il fatto». Il processo era stato intentato perché alcuni familiari delle vittime avevano tirato in causa proprio Bertolaso. 

«Non si può sostenere con certezza che le improvvide affermazioni pronunciate nell’intervista pre-riunione da De Bernardinis siano state preconfezionate e concordate, in chiave di rassicurazione sociale, nell’ottica di una colposa sottovalutazione del fenomeno in atto con l’odierno imputato (Guido Bertolaso ndr), così da poter attribuire anche a quest’ultimo la responsabilità già riconosciuta a carico del Bernardo De Bernardinis», scrivono i giudici nelle motivazioni.

Secondo la Corte, il fatto che tanto Bertolaso al telefono con l’allora assessore regionale alla Protezione civile, Daniela Stati, che Bernardo De Berardinis ai microfoni prima della riunione, avessero sostenuto la tesi dello scarico di energia, deve ritenersi «una coincidenza che seppur suggestiva sul piano indiziario non può ritenersi sufficiente a dimostrare la fondatezza del quadro accusatorio». Secondo i giudici d’appello, l’intento di Bertolaso (assistito dall’avvocato e professore Filippo Dinacci) era stato quello di «contrastare i toni rassicuranti del comunicato stampa emanato dalla Protezione civile regionale e convocare una riunione di esperti alla luce di una popolazione disorientata dalle voci allarmistiche diffuse in quei giorni così che la stessa si sentisse tranquillizzata dagli esperti sull’assoluta imprevedibilità dei terremoti ed alla scarsa pericolosità in atto».

Non vi è stato quindi nessun condizionamento tra Bertolaso e il suo vice. «Quest’ultimo – si legge nei motivi – aveva rilasciato l’intervista a titolo personale, richiamando valutazioni (lo scarico di energia, ndr) mutuate dalla comunità scientifica (dal ricercatore Valerio De Rubeis)». I giudici evidenziano inoltre l’impossibilità di addebitare all’ex capo della Protezione civile il reato di omissione per non aver corretto il tiro delle dichiarazioni del suo numero due. Infatti secondo la Corte occorreva una specifica contestazione. Nessun condizionamento poi sulla comunità scientifica da parte dell’imputato, la quale «non ha né trattato, né condiviso la tesi dello scarico». Infine sulla telefonata con la Stati, la Corte D’Appello ha evidenziato «come l’intento dell’imputato non fosse stato condiviso dagli esperti, anzi dagli atti c’è la prova del contrario ovvero della convocazione degli esperti della Commissione Grandi Rischi per un’attenta disamina».

Era il 24 gennaio del 2012 quando Bertolaso venne iscritto nel registro degli indagati dalla procura dell’Aquila, l’accusa era quella di omicidio colposo. Secondo gli inquirenti, in quello che viene considerato come il processo bis contro la commissione “Grandi Rischi” (riunitasi a l’Aquila cinque giorni prima del tragico terremoto), i membri della stessa sottovalutarono il pericolo del terremoto, causando così la morte di 309 persone. Nonostante nel gennaio 2013 la procura avesse chiesto l'archiviazione del caso, in agosto la richiesta fu respinta dal GIP, che dispose nuove indagini. In novembre la procura chiese nuovamente l'archiviazione, ma a causa delle proteste delle parti civili l'indagine fu avocata dalla Procura Generale presso la Corte d'Appello. Questa divise l'indagine in due tronconi, chiedendo l'archiviazione per il primo e il rinvio a giudizio per il secondo. È così che nell’ottobre del 2015 Bertolaso venne rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio colposo plurimo, per quanto riguardante il secondo troncone dell'inchiesta. Ma infine, il 30 settembre 2016 il tribunale dell'Aquila assolse Bertolaso dalle accuse per «non aver commesso il fatto», sentenza appunto confermata in appello nel luglio di quest’anno.