Dal 2001 fino ad oggi, gli Stati non sono riusciti a tagliare il tasso di deforestazione: un continuo stillicidio di alberi e foreste che se da una parte non ha subito peggioramenti, non ha nemmeno visto miglioramenti. Il dato proviene da uno studio basato sull’osservazione delle mappe satellitari, diffuso dal Global Forest Watch e Science Magazine.

Sono diversi gli esperti che hanno lavorato allo studio, per rivelare i fattori che hanno condotto a una deforestazione così selvaggia, per individuare quali zone hanno risentito di più di questo fenomeno e soprattutto la situazione di quella vegetazione dove si è verificata una deforestazione "permanente”. Secondo i ricercatori tuttavia per alcune foreste che hanno subito gravi riduzioni le speranze per un rimboschimento non sono ancora morte.

Gli autori dello studio evidenziano inoltre che uno degli ostacoli più grossi sulla via della lotta alla deforestazione è rappresentato dal fatto che le politiche di azzeramento del fenomeno sono state attuate in maniera poco tempestiva per raggiungere gli obiettivi del 2020. Tuttavia la questione più urgente è legata al commercio, specialmente in Amazzonia e Africa: il 27% della riduzione della vegetazione è infatti causato dallo scambio di merci. In Costa d’Avorio ad esempio, le foreste sono state cancellate per dare spazio alle fave di cacao, mentre in Sudamerica è stata l’industria della carta a farsi spazio fra gli alberi, insieme alle coltivazioni della soia. Tuttavia - come ricorda la ricerca - la deforestazione perpetuata nel tempo «altera permanentemente un paesaggio», un problema che peggiora se si aggiungono l’agricoltura intensiva o l’estrazione mineraria, o il disboscamento controllato e quello legato agli incendi.

Sono dunque 5 milioni gli ettari persi ogni anno negli ultimi 15 anni per procacciare materie prime, un tasso che è rimasto stabile. Anche Doug Boucher, esperto in materia, aveva nel 2013 tracciato in un articolo la situazione della Amazzonia brasiliana e adesso spiega che in 5 anni «nulla è cambiato». «Durante la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni 2000 - scrive Boucher - il tasso di deforestazione nell'Amazzonia brasiliana era in media di circa 20.000 chilometri quadrati all'anno, spinto dalla rapida espansione dei pascoli e dell'industria della soia commerciale. Poi, - prosegue l’esperto - a partire dal 2005, ha iniziato a calare rapidamente, calando del 70%  in appena una mezza dozzina di anni». Da quel momento in poi «non c'è più stato alcun cambiamento netto». Nel 2017 infatti la perdita annuale della foresta amazzonica è stata di 6.947 chilometri quadrati, nel 2011 era di 6.418. Secondo lo studioso le cause sono spesso legate alla politica locale e a fattori economici. Il fatto che il tasso sia rimasto invariato e che non funzionino le politiche di "deforestazione zero" è un «grave fallimento in termini di effetti sui cambiamenti climatici».