Politics

Tre Monti da scalare

Non hai nemmeno il tempo di godertelo il successo. In politica, si sa, non conviene mai abbassare la guardia. Ogni giorno è una sfida: sempre più complicata. Basta fartene una ragione e fare appiglio su una grande visione, l’unica che può farti superare le insidie di una tormentata quotidianità. Silvio Berlusconi, dopo 16 anni di “militanza”, ne è perfettamente consapevole.
Il trionfo, quasi inaspettato, alle ultime regionali (dopo mille peripezie) sembrava rappresentare l’inizio di tre anni di relativa serenità. Così non è stato. Prima ci si è messo Fini, l’infuocata direzione Pdl, poi i nuovi venti di crisi che dalla Grecia hanno scosso l’Europa. Ora, secondo alcuni osservatori, il problema si chiama Giulio. Sì, quel Tremonti compagno di tante avventure.
Si sprecano a riguardo i retroscena: tra i due i rapporti sono tesi, volano parole grosse a causa di una manovra che il premier non ha avuto il tempo nemmeno di leggere e valutare. Dicono che il ministro dell’Economia ormai fa tutto di testa sua e mira a rimpiazzare al più presto il vecchio leader. Indiscrezioni che si mescolano a fatica con le speranze dei tanti spettatori interessati. Dove non può arrivare il presidente della Camera, arriverà lui: il superministro amico della Lega. Ma sarà vero?
Tre lustri di battaglia politica ci hanno insegnato che i problemi di Silvio Berlusconi non possono essere questi. Chi ha resistito a bufere giudiziarie e ad innumerevoli agguati mediatici, chi è sopravvissuto ai tanti leader della sinistra e ai vari Casini del momento, deve probabilmente preoccuparsi di ben altro.
C’è una rivoluzione liberale, idealizzata in quel lontano e caotico 1994, da portare a compimento. Una rivoluzione che può manifestarsi attraverso le tanto agognate riforme: dalla giustizia al fisco, dal lavoro alla cultura, fino ai nuovi assetti dello Stato. Non può quindi il solito pettegolezzo impensierire più del dovuto il presidente del consiglio.
Bisogna compiere scelte dolorose e impopolari – per non essere antipopolari -, mantenendo inalterati il consenso e il sostegno dei cittadini. Bisogna combattere ogni giorno con le resistenze delle tante lobbies, che non hanno nessuna intenzione di mollare privilegi e agi. Bisogna infine superare le diffidenze di una grossa parte della politica (dai palazzi romani alle più lontane periferie), che quella rivoluzione vuole farla solo a chiacchiere. E non è disposta a sacrifici e cambiamenti.
Sono questi, per Silvio, i Tre Monti da scalare. Potendo contare sul suo popolo, sulla lealtà repubblicana dei suoi ministri (“Ho giurato fedeltà alla Repubblica nel governo Berlusconi. E per me la fedeltà è un valore insieme morale e politico: politico perché morale, e morale perché politico”. Dice oggi Tremonti e così dovrebbero dire tutti i ministri), sulla forza politica della sua maggioranza e innanzitutto su una grande visione. Quella visione che è il miglior antidoto ai quotidiani veleni della politica da salotto e da bar.
E vale la pena citare un altro grande protagonista della storia repubblicana, Alcide De Gasperi: “Il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista si preoccupa delle future generazioni”. Lo sanno pure i suoi acerrimi nemici, oramai, a quale delle due categorie appartiene Silvio Berlusconi.

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