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Stato-mafia: una sentenza di primo grado accerta la trattativa

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Secondo i giudici della Corte d’assise di Palermo la trattativa stato-mafia corrisponde a realtà. Pezzi deviati dello stato, secondo la giuria presieduta da Alfredo Montalto che ha celebrato il processo, hanno trattato con la malavita organizzata e concertato le loro mosse. La sentenza è arrivata venerdì poco dopo le 16, nell’aula bunker allestita presso il carcere “Pagliarelli”. 

La pronuncia è figlia di un processo durato cinque anni e che ha visto alla sbarra politici, mafiosi, istituzioni militari. L’accusa era quella di minaccia e violenza al corpo politico dello Stato. Fra le condanne è fioccata anche un’assoluzione, per l’ex ministro Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza. La tesi della Procura, adesso confermata dal giudice, disegna un piano in due fasi. Nella prima i carabinieri del Ros avrebbero intavolato la trattativa fino al 1993, mentre l’anno successivo sarebbe scattata la seconda parte, che vedeva protagonisti i boss e i politici.

Fra le file dell’Arma, sono stati condannati a 12 anni sia il generale Mario Mori, ex comandante dei Ros e direttore del Sisde, che Antonio Subranni, anche lui già comandante dei Ros dal 1990 al 1993.  Fra le fila della politica, invece, a essere colpito dalle condanne è l'ex parlamentare di Forza Italia Marcello Dell’Utri, punito per le condotte commesse contro il governo Berlusconi con 12 anni di reclusione. Condannati anche i boss Antonino Cinà e Leoluca Bagarella, rispettivamente a 12 e 28 anni di carcere. E ancora otto anni per il colonnello Giuseppe De Donno e per Massimo Ciancimino, assolto però dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ma colpevole del reato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro. Dell’Utri, Mori, Subranni, De Donno e i boss Bagarella e Cinà dovranno anche risarcire i danni commessi nei confronti della presidenza del Consiglio dei ministri, costituitasi parte civile. 

La sentenza arriva in un momento politico molto delicato per l’Italia. Silvio Berlusconi, vicino a Marcello Dell’Utri, è stato citato anche nella sentenza, come parte lesa, mentre l’opinione pubblica tende ad accostarlo sempre di più a certi ambienti della criminalità organizzata, nonostante l’inesistenza di sentenze o processi che accertino questo rapporto. Inoltre il pubblico ministero che ha curato l’accusa è Nino Di Matteo, magistrato antimafia indicato dal M5S come ministro Guardasigilli in un probabile esecutivo a guida pentastellata. La reazione più decisa, infatti, viene proprio dal capo politico del M5s, Luigi Di Maio, che dice: «La trattativa Stato-mafia c’è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità». 

Le “Agende Rosse”, movimento fondato dal fratello di Paolo Borsellino, e gli attivisti di “Scorta civica”, associazione che si preoccupa di promuovere il lavoro dei magistrati antimafia, si sono riuniti dentro e fuori dall’aula al coro di «Siamo tutti Nino Di Matteo» per accompagnare la sentenza definita storica. «Che la trattativa ci fosse stata non c'era bisogno della sentenza per dirlo. La sentenza dice di più – ha commentato il pm – qualcuno dello Stato ha trattato con Riina e Bagarella e altri stragisti, trasmettendo le richieste i messaggi di Cosa nostra ai governi». Anche davanti ai giornalisti, il magistrato sottolinea il collegamento fra Dell’Utri e Silvio Berlusconi, puntando il dito proprio contro l’ex presidente del Consiglio che non avrebbe denunciato le pressione commesse da Dell’Utri. 

Entusiasta, invece, Nicola Mancino che plaude a una giustizia che ha saputo riconoscerlo innocente. . «Sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo "uomo", che tale è stato ed è tuttora. – spiega l’ex ministro – Sono stato volutamente additato ad emblema di una trattativa, benché il mio capo di imputazione, che oggi è caduto, fosse di falsa testimonianza». 

Il legale di Mario Mori, Basilio Milio, sottolinea invece la discordanza fra la pronuncia di venerdì ed altre, sullo stesso tema, intervenute precedentemente. «Possiamo sperare che dopo 5 anni in appello vi sarà un giudizio. Perché questo – commenta l’avvocato – è stato un pregiudizio caratterizzato dall'adesione alle istanze della Procura e quasi mai della difesa». 

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