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Noi e l’Islam: tra integrazione, convivenza e multiculturalità. Le riflessioni di Angelo Panebianco

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Una donna 87enne è stata trasferita da una camera a un'altra dell'ospedale del Maggiore di Parma su richiesta della mamma di una paziente bambina, una donna di religione musulmana. L’anziana ha dovuto cambiare postazione perché la vicina, di religione islamica, non accettava la presenza in camera del figlio dell'89enne lì per assistere proprio la madre, perché uomo.

A Savona in occasione di un convegno sul dialogo interreligioso in un teatro di Cario Montenotte, è stato posto un drappo rosso su una statua ottocentesca, "La morte di Epaminonda", opera dell'artista Giuseppe Dini, per evitare di offendere la sensibilità del gruppo di mussulmani che avrebbero partecipato all’incontro.

In Belgio, il partito islamico che si presenterà alle prossime elezioni amministrative di ottobre propone di introdurre la Sharia (la legge islamica) in Belgio, "ma una sharia occidentale, più orientata verso i problemi socio economici e familiari”.

Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco, partendo da questi tre episodi esemplificativi, approfondisce i limiti e le prospettive del rapporto tra il mondo occidentale e l’Islam, in una società sempre più multietnica impegnata nel destreggiarsi tra rifiuto della radicalizzazione degli ideali e la coesistenza e convivenza integrata con altre minoranze etniche e religiose.

La riflessione di Panebianco origina da tre quesiti: il passaggio dalla multietnicità al multiculturalismo è inevitabile? È possibile difendere la società aperta, o libera, dall’azione di minoranze culturali che le sono ostili senza sopprimere, mentre si cerca di difenderla, la società libera medesima? Sarà possibile convincere gli italiani ad affrontare senza isterismi antistranieri il difficile problema della convivenza fra immigrati extraoccidentali e noialtri indigeni?

Secondo il politologo, “la multietnicità non è in linea di principio incompatibile con la democrazia". Guidata nel modo giusto infatti può anche infonderle vitalità "mettendo i suoi cittadini a contatto con esperienze che in precedenza non conoscevano". Ma se la multietnicità è o può essere un’opportunità, diventa una minaccia se gli indigeni sono così sprovveduti, stupidi o sbadati da accettare che su di essa cresca la mala pianta del multiculturalismo. "Il multiculturalismo è una situazione nella quale, di diritto o di fatto (per l’affermazione di nuove usanze), si accetta che l’insieme dei cittadini venga segmentato, diviso lungo le barriere che separano le diverse tradizioni culturali. Si afferma una disparità di trattamento: per i diversi «segmenti» valgono regole diverse, coerenti con le rispettive usanze. La formale uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge viene dapprima neutralizzata di fatto e, in seguito, anche di diritto (in virtù di adeguamenti normativi alla situazione di fatto)”. Così facendo si rischia però di ingenerare una prassi che vedrebbe l’”affermazione di diritti speciali e la diversità di trattamento a seconda del gruppo culturale di appartenenza”, causando, di conseguenza, “la frantumazione della cittadinanza, la fine dell’uguaglianza formale di fronte alla legge”.

Al centro del ragionamento di Panebianco si erge il concetto di convivenza fra comunità islamica e democrazie occidentali. Secondo l’editorialista del Corriere della Sera, la questione sarebbe semplice: “La società libera si fonda sul principio della separazione fra politica e religione, fra economia e religione. Ma nell’Islam queste separazioni non hanno senso. Il che spiega perché le moschee (a differenza delle chiese) non siano soltanto luoghi di culto. Ne deriva una tensione inevitabile fra società aperta e comunità islamiche”.  Ma quando allora sarà possibile avviare un processo di compatibilità tra l’Islam europeo e la società aperta? Probabilmente solo se e quando, un giorno, le donne musulmane, influenzate dall’individualismo occidentale, “riusciranno a imporre l’abbandono di vecchie regole e principi”.

Fino ad allora, come suggerisce anche lo stesso Panebianco, bisognerà resistere alle richieste degli esponenti fondamentalisti delle comunità islamiche e favorire solo i musulmani che abbiano già maturato un atteggiamento favorevole per le libertà occidentali. E non bisognerà permettere deroghe alle regole della nostra convivenza quotidiana.

Educare gli italiani a tutto ciò non sarà semplice, ma risulta necessario “impedire che per un misto di ignoranza, opportunismo e desiderio di quieto vivere, passo dopo passo, si permetta l’affermazione di principi incompatibili con la democrazia occidentale”.

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