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Inchiesta di Trani, scontro a palazzo dei Marescialli

Mentre sulle televisioni e sui quotidiani infuria lo scontro politico, mentre una piazza – quella del Popolo Viola – si è mobilitata e un’altra – quella del Popolo della Libertà – si appresta a mobilitarsi, a palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della Magistratura, va in scena una guerra se possibile ancora più dura, ma al tempo stesso più in sordina: da una parte Magistratura democratica e Unicost, l’attuale maggioranza di magistrati italiani che si trovano insieme alleati nel Csm ma ancor più nell’associazione magistrati, dall’altra Magistratura indipendente ovvero i magistrati moderati che sono all’opposizione dell’Anm e che mantengono una posizione del tutto peculiare all’interno del consiglio superiore della magistratura.
L’inchiesta della procura di Trani, infatti, chiama in causa uno degli uomini di punta di Mi, Cosimo Maria Ferri. Il giudice Ferri è – parole del quotidiano la Repubblica – «nemico giurato delle correnti in magistratura, contro cui ha sempre fatto interventi di fuoco» ma è soprattutto strenuo avversario di Magistratura democratica e dell’invadenza e dell’ingordigia di Unicost nelle nomine definite dal Csm. Sono celebri tra i magistrati e durante i lavori delle sedute dell’organo di autogoverno dei giudici i botta e risposta tra Cosimo Ferri e Livio Pepino, uomo forte di Md.
Il rappresentante di Mi a palazzo dei Marescialli ha avuto modo di spiegare la sua posizione: «Ho conosciuto Innocenzi in occasione dell’ultima relazione annuale dell’Agcom. Ci siamo poi rivisti  e abbiamo discusso, tra le tante cose, di Tv, processi e giustizia. Ho solo condiviso dei ragionamenti e l’ho fatto con un esponente dell’autorità garante per le comunicazioni: un’altra istituzione». Perché allora questo attacco a Ferri, che punta alle sue dimissioni da presidente di una delle commissioni del Csm? L’accanimento di Unicost e Md trova spiegazione nel recente passato e nel prossimo futuro. È molto fresca nella memoria dell’opinione pubblica l’inchiesta che ha coinvolto Achille Toro, procuratore aggiunto di Roma e storico presidente di Unicost, per  rivelazione del segreto d’ufficio. È infatti questo il reato ipotizzato dalla procura di Firenze (e ora al vaglio della procura di Perugia, per competenza territoriale) per Toro, indagato nell’inchiesta sui lavori del G8 alla Maddalena, che ha deciso pochi giorni dopo la notizia dei procedimenti a suo carico di lasciare la magistratura. Poiché a giugno i magistrati italiani saranno chiamati al rinnovo del Csm, è evidente l’impatto fortemente negativo del coinvolgimento di Toro e delle sue dimissioni sul pilastro portante dell’asse Md-Unicost. C’è quindi chi ipotizza che l’inchiesta dai profili giuridici dubbi che vede coinvolto Ferri (Mi) e la parziale fuga di notizie, rientri in una sorta di regolamento di conti interno alle correnti. A confermare l’ipotesi è lo stesso Ferri che dice: «Credo che ci sia la voglia di screditare la mia persona, la mia professionalità e l’istituzione a cui appartengo anche in vista delle ormai prossime elezioni del Csm» Di certo il clima non è dei più sereni. Ma è altrettanto certo che qualcosa non torna come ha avuto modo di spiegare un giurista insigne come Carlo Federico Grosso: «la procura della Repubblica di Trani, competente per i reati di truffa ed usura per i quali stava procedendo, è palesemente incompetente rispetto alle presunte condotte delittuose emerse dalle 18 conversazioni casualmente intercettate poiché è pacifico che esse non sono state commesse a Trani, ma nei luoghi dove gli interlocutori si trovavano al momento delle telefonate». Le ragioni di perplessità, insomma, sono molteplici. Anche perché nessuno, tantomeno al Csm, ha mostrato scandalo e preoccupazione per un dato che invece è allarmante: l’evidente violazione del segreto investigativo e in particolare alla facilità con cui alcuni giornali riescono ad entrare in possesso di atti istruttori non depositati (il Clandestino).

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