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Il Futuro della libertà

Al libro di Gianfranco Fini (Il Futuro della Libertà, ed. Rizzoli – 16 euro) manca una cosa per essere perfetta: una prefazione di Alberto Asor Rosa. I ‹‹consigli non richiesti ai nati nell’89›› dimostrano che il presidente della Camera ha una priorità per l’anno nuovo: cambiare ghostwriter e consulenti vari.
L’ultima “fatica” di Fini è una cantilena noiosa che oscilla tra un linguaggio dozzinale – ‹‹starei fresco se dovessi dedicare un libro, ogni anno, a ogni classe di italiani che raggiunge i vent’anni›› – ed espressioni difficilmente alla portata dei lettori cui l’ex leader di An dice di volersi rivolgere.
Anche perché il sistema “pensierino-citazione” che è stata utilizzata per la stesura del libro (ad es. la società aperta e Thomas Friedman, pp. 21-22; il sogno collettivo e Federico Moccia, pp.122-124; il ruolo della politica e Aldo Schiavone, pp. 125-126; una speranza chiamata Europa e Aldo di Lello, pp. 133-135), è francamente noiosa fin dalle prime pagine. Il cuore del libro, la definizione della “Generazione F” (“F”, modestamente, come Futuro, si intenda, non come Fini) è liquidata in 24 righe su oltre 160 pagine. Pochine davvero! Si tratta di scarsità di idee o di eccessiva asciuttezza? C’è inoltre naturalmente spazio per tutte le “generazioni”, politicamente e culturalmente concepite, dalla Generazione-X alla Generazione Tuareg, tranne che per quelle più recenti in salsa marsigliese della Generation Sarko o in salsa tricolore della Berlusconi Generation. In compenso il presidente della Camera dedica grande spazio alla retorica della Costituzione e delle riforme condivise e ad ogni costo. La predica integralista sulla Carta è sistematicamente impreziosita dalle riflessioni di un intellettuale organico alla storia del partito comunista italiano come Aldo Schiavone.
E poi perché l’ex delfino di Almirante trova così “fuorviante” e dunque inopportuno proporsi come ‹‹partito della vita››, sia pure contrapposto ad un ‹‹partito della morte››? Non è in fondo assai bello che, dopo anni – quelli in cui l’Europa fu dominata da croci celtiche, croci di ferro e fasci littori – che vedevano l’esaltazione della cultura della morte, ci sia chi riscopre la cultura e il valore della vita? L’autore del libro ha perso l’occasione, tra tante citazioni  e richiami inutili, di raccontare ai nati nel 1989 di Josef Mengele, il medico degli orrori del campo di concentramento di Auschwitz che condusse esperimenti terribili su oltre tre mila persone, provocando aborti, vivisezionando, sperimentando la morte per congelamento, effettuando test coerenti con l’abominevole teoria della razza superiore, cercando di cambiare il colore degli occhi alle proprie vittime, per lo più bambini o adolescenti.
In ultima analisi, del libro di Fini si salva una cosa: l’intuizione che precede la stesura del libro. Scrivere alla Generazione dopo Muro è qualcosa di bello. Peccato che l’intuizione sia stata rovinata pagina dopo pagina.

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