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Fini passa dall’ambiguità all’equivoco

Prima si chiede il dibattito, poi si rinuncia a intervenire. La strana logica dei finiani che passano dall’ambiguità all’equivoco.
Il presidente Fini e quanti si riconoscono nelle sue posizioni sfidano ancora una volta la logica, la ragionevolezza, la pazienza della stragrande maggioranza del Pdl.
Fini e i suoi invocano una discussione aperta e nel momento in cui questa si svolge rinunciano a intervenire per poi dichiarare, come ha fatto Adolfo Urso che ci sarebbe “un confronto leale, aperto, estremamente utile al partito”.
Come sempre Fini commette incredibili errori di metodo. Se qualcosa non funziona nel Pdl è perché Fini, come sta facendo dall’inizio della legislatura, vuole svolgere tre parti in commedia: l’imparziale presidente della Camera, il cofondatore che vuol essere riconosciuto da copresidente del partito e l’alleato minore di una coalizione. È questa permanente ambiguità che ha inquinato giorno per giorno il processo costitutivo del Pdl.
Fini ha rivendicato il diritto a rappresentare una stabile minoranza politica nel partito, evocando una serie di temi che questa minoranza rivendicherebbe. Ancora una volta cavalca l’ambiguità e rende impossibile il libero dibattito che invoca. Io vorrei poter essere su qualche argomento d’accordo con lui senza dover essere arruolato nella minoranza “a priori”. Un partito è democratico quando discute liberamente sui temi dell’agenda politica e decide attraverso maggioranze che si possono formare di volta in volta, secondo il principio “una testa un voto”. Fini invece ci fa sapere che resterà nel Pdl nella nuova veste di leader di una minoranza “a priori” e resterà presidente della Camera. Se era inaccettabile l’ambiguità giocata finora, oggi si alimenta un pericolo equivoco, che sembra mosso dall’opportunismo da rendita di posizione.
Se Gianfranco Fini avesse le doti di un leader oggi avrebbe più di una possibilità per fare politica: andare al governo, proporsi tra i coordinatori del Pdl, o – nel caso estremo – annunciare la nascita di un nuovo partito che sfida in campo aperto il Pdl. Ma se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare. E smetta di parlare di “diritto al dissenso”. Perché tutti abbiamo letto Arcipelago Gulag, ma nessuno potrà scrivere “Arcipelago Monte Citorio”.

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