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DEBITO ‘IN’ PUBBLICO

Dal debito pubblico siamo passati al debito ‘in’ pubblico, per la semplice ragione che oramai non possiamo più fare affidamento sulla stabilità del mercato dei titoli nazionale, ma ci siamo esposti a possibili crisi finanziarie che coinvolgono i mercati internazionali. I nostri creditori oltre confine sentono troppo pesante e poco rassicurante il peso del rapporto debito/Pil italiano, tanto da imporre all’Italia, come a gran parte dell’Europa, manovre di aggiustamento drastiche e soprattutto rapide. Il debito pubblico troppo elevato diffonde un timore di instabilità finanziaria dell’economia sui mercati finanziari internazionali tanto che il tasso d’interesse dell’investimento finanziario, stipulato con i paesi vicini per finanziare il debito, deve assicurare anche la copertura di un aggiore rischio dovuto al rapporto debito/Pil.
Risultato? Aumento del tasso di interesse e quindi maggiori spese per lo Stato.
La situazione non migliora per i creditori nostrani, cittadini che sottoscrivono titoli di debito pubblico e che ultimamente sono timorosi sulla stabilità finanziaria del paese. Risultato? Aumento del tasso di rendimento e quindi maggiori spese per lo Stato.
In entrambi i casi, si parlerebbe di un incremento delle uscite, conseguenza impensabile alla luce della drammatica crisi finanziaria che sta colpendo l’Europa. Per questo, invece di una manovra d’aggiustamento graduale, il Governo ha optato per una manovra drastica e rapida che stimolasse le entrare e riducesse le uscite della macchina statale. Non potendo aumentare la pressione fiscale, dato il tasso già fin troppo elevato, e né tantomeno immettere nuovo debito attraverso i titoli di debito pubblico, con il rischio di uno scoppio irreparabile delle uscite, ha deciso di tagliare gli sprechi della spesa pubblica. In questo modo, un aggiustamento rapido sugli sprechi porterà effetti espansivi per l’economia grazie a maggiori investimenti (privati e pubblici) provocati dalla riduzione del tasso d’interesse. Inoltre, l’incremento degli investimenti porterà a una conseguente stabilità finanziaria.
In questo caso non vale nemmeno quella che i maggiori economisti chiamano ‘effetto disuguaglianza’, cioè la possibilità di creare condizioni di disparità tra i cittadini a seguito dei tagli: ogni detrazione prevista dalla manovra economica riguarda ambiti in cui i guadagni ottenuti nel settore pubblico sono stati sproporzionati rispetto ai livelli standard di remunerazione. Semplicemente, i dipendenti pubblici hanno guadagnato più di quanto previsto nel corso degli avanzamenti di carriera e per loro si prevede uno stop triennale sull’aumento di stipendio. Paradossalmente, invece che aumentare le disuguaglianze si ristabiliscono le uguaglianze.
Incognita: non potremo tagliare la spesa all’infinito, per questo, avviare una crescita economica è l’obbligo di ciascuno di noi per estendere anche al privato l’effetto della manovra pubblica.

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