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Coronavirus, malcontento bipartisan di un Parlamento trascurato

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L’emiciclo parlamentare torna a chiedere che vengano rispettate le sue prerogative: un fronte crescente quello di deputati e senatori che invocano un passaggio parlamentare per validare le decisioni del governo finalizzate al contenimento del contagio da coronavirus. I decreti che si susseguono nelle ultime settimane hanno infatti natura di atti amministrativi e non legislativi e saltano dunque il consueto passaggio parlamentare altrimenti previsto per i testi di rango legislativo emanati dal governo, come i decreti legge (che sono successivamente convertiti in legge dal Parlamento) e i decreti legislativi (che ricevono invece prima della loro redazione il via libera dalle camere). 

È stato Matteo Renzi, leader di Italia Viva e componente della maggioranza, a lanciare per primo l’allarme riguardo la presunta incostituzionalità delle manovre dell’esecutivo, avvertendo circa il venir meno della tradizionale centralità del Parlamento nel nostro sistema. Un appello cui ha fatto eco anche quello di un’altro pezzo della maggioranza, il Partito Democratico.


Il Presidente dei deputati dem, infatti, Graziano Delrio, ha spiegato che «terminata questa prima fase, in cui ci siamo tutti adeguati a ritmi che richiedevano decisioni urgenti, bisogna che ci sia più concertazione e più coinvolgimento del Parlamento», ripristinando dunque «i pesi e i contrappesi previsti dalla Costituzione». D’accordo anche il capogruppo in Senato, Andrea Marcucci: «I Dpcm sono tollerabili per un breve periodo, per gestire le fasi emergenziali. Poi va garantito il ritorno alla normalità e alla centralità del Parlamento. Credo che quel momento sia arrivato». 

Sulla stessa linea infatti si era già mosso Stefano Ceccanti, docente di diritto costituzionale e parlamentare dem, secondo cui «occorre parlamentarizzare i dpcm». E per questo ha presentato un emendamento al decreto Covid, proponendo inoltre l’inserimento di un parere preventivo del Parlamento «obbligatorio anche se non vincolante», in anticipo sull’emanazione degli atti di almeno una settimana. Sul punto anche Sandra Zampa, sottosegretaria del ministero della Salute, che spiega come «il decreto legge 6 del 23 febbraio, che conteneva il primo catalogo di misure ora ampliato dal decreto 19, è stato convertito dalla legge 13 del 5 marzo in appena 13 giorni», rendendo di fatto superfluo il ricorso a una decretazione diversa da quella prevista per i decreti legge. 

Indiscrezioni raccontano tuttavia del disagio del presidente del Consiglio riguardo ai richiami provenienti dalla maggioranza: Ceccanti sarebbe stato inoltre raggiunto telefonicamente da Palazzo Chigi, che ha espresso il suo rammarico. In effetti l’emendamento del professore dem è stato condiviso non solo da un’ampia schiera di compagni di partito, ma anche all’esterno. Lo ha sottoscritto, tra gli altri, anche Stefano Fassina di Leu, mentre Fratelli d’Italia ha depositato una proposta simile. «Il Parlamento non decide più nulla – dichiara la leader Giorgia Meloni – ci sono quattro persone che si chiudono in una stanza e decidono del futuro di milioni di persone. E che decisioni poi… Questo non è più tollerabile».

Al coro si aggiungono Forza Italia e +Europa, fattisi negli ultimi giorni promotori di emendamenti finalizzati a limitare l’uso dei Dpcm e la decretazione d’urgenza. «La Fase 2 deve essere l’occasione per rientrare nella legalità costituzionale – denuncia infatti l’onorevole Riccardo Magi – Sarebbe clamoroso se, per un motivo o per l’altro, il governo impedisse questi suggerimenti».

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