Giustizia Quotidiana

Anniversario di piazza Tiananmen, la Cina tra censura e oppressione del ricordo

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Amnesty International lancia una nuova denuncia verso la Cina, a 30 anni dagli episodi di piazza Tiananmen. Wu'er Kaixi, uno dei leader delle proteste del 1989, da Taiwan (o Repubblica di Cina) ribadisce la denuncia dei tanti ragazzi che persero la propria vita nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989 quando le truppe dell’Esercito di liberazione popolare fecero irruzione nella piazza sopprimendo nel sangue la protesta degli studenti.
Nel frattempo come detto Amnesty denuncia le nuove contemporanee persecuzioni ai danni di coloro che cercano di commemorare l’evento. Nelle ultime settimane la polizia ha arrestato o posto ai domiciliari decine di attivisti e parenti delle vittime, minacciandole in un periodo di tensione particolarmente elevato a seguito dello scontro commerciale con gli Stati Uniti di Donald Trump con conseguenze ancora da decifrare ed incerte sull’economia.
Roseann Rife, capo delle ricerche sull'Asia dell'organizzazione, ha ricordato che «trent'anni dopo quel bagno di sangue è davvero il minimo che le vittime e le loro famiglie ricevano giustizia. Invece, il presidente Xi continua a praticare le stesse politica di chi lo ha preceduto: perseguitare coloro che chiedono la verità nel tentativo di cancellare la memoria del 4 giugno» e ancora, «Il governo cinese deve rendersi conto che nessun tentativo di soppressione potrà mai cancellare l'orrore di quel massacro. Un primo passo in direzione della giustizia sarebbe quello di consentire finalmente, anche ai genitori ormai anziani che 30 anni fa persero i loro figli, di commemorare le vittime di Tianamnen».
Nel frattempo nella Repubblica popolare le associazioni e i gruppi di volontari che ricercano la verità appaiono sempre più flebili e oppressi nel tentativo di riportare luce sulle morti di quei giorni che il governo afferma 319 ma che le associazioni considerano più alte.
La Cina insomma sembra soffrire, come ogni regime dittatoriale, una crisi della propria stabilità, con il presidente Xi Jinping che ha chiamato alla mobilitazione per una "nuova Lunga Marcia” e con il Partito comunista che ha bandito Wikipedia, l’enciclopedia online, per scongiurare ricerche sul tema.

 

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