di Antonio Tomassini*

 

La pandemia ha inevitabilmente messo al centro del dibattito pubblico e politico la questione riguardante la sanità. In molti, politici e medici stessi, in questi mesi si sono interrogati sull’adeguatezza del sistema sanitario nazionale (Ssn), giungendo ad opinioni discordanti. 


Sicuramente non è possibile trascurare il fattore sorpresa giocato dall’emergenza CoVid e, viste le difficoltà che hanno travolto indistintamente tutti i Paesi, sarebbe ingeneroso giudicare l’articolazione del nostro Ssn basandosi esclusivamente sui dati attuali. Quest’ultimo si è trovato nel bel mezzo di una pandemia mentre stava affrontando un processo, seppur lento, di trasformazione, quindi senza la sufficiente cultura per contrastare l’emergenza. Tuttavia, di questo non si può certo incolpare un passato da cui discende una transizione coerente e condivisibile: in molti avevano ritenuto che il sistema italiano fosse come un grande corpo obeso, con degli arti periferici troppo gracili ed insufficienti, e per questo si è deciso di avviare un ripensamento strutturale basato sulla riallocazione delle risorse. 


Bisogna inevitabilmente sottolineare un problema di finanziamenti: in base ai dati forniti dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia nel 2019 ha destinato alla spesa sanitaria l’8.8% del PIL, dato inferiore rispetto ai principali partener europei Germania, Francia e Regno Unito. Il nostro è fra i Paese che spendono meno degli altri in sanità, per molteplici cause, principalmente da riferire alla crisi economica ma anche a motivazioni culturali e una dimostrazione è stata la destinazione di soli 9 miliardi nella bozza del Recovery plan che il governo presenterà alla Commissione europea. Tali mancanze hanno avuto come conseguenze: una riduzione dei posti letto (-30% dal 2000 al 2017), problemi legati ai tempi lunghi delle liste d’attesa e la conseguente incapacità di fronteggiare crisi improvvise come quella attuale. 


Al sottofinaziamento si lega anche un crescente problema di accessibilità: sempre secondo dati Ocse e Ue, nel 2017 circa il 2% della popolazione ha segnalato un bisogno sanitario non soddisfatto ed è in aumento anche la quota dei pagamenti in spesa sanitaria direttamente a carico dei pazienti (quota da riferire per la maggior parte a cittadini delle regioni del sud Italia, che sempre più frequentemente decidono di farsi curare negli ospedali del nord). Al netto delle spese medie e dei dati forniti dall’Ocse è evidente un problema di accessibilità e resilienza, nonostante la grande professionalità dei nostri medici garantisca ancora un alto livello di efficienza: l’Italia infatti registra uno dei tassi più bassi di mortalità prevenibile e trattabile. 


La strada da percorrere al fine di risolvere tali criticità è quella già intrapresa: completare il processo di trasformazione in atto e che è stato drasticamente rallentato dall’emergenza CoVid. Per far si che si creino condizione di accesso alle prestazioni uguali per tutti i cittadini, in particolare per tutte le specifiche aree d’interesse nazionale, le priorità sono tre: sviluppare un sistema di cure a casa indispensabile per la sostenibilità futura del sistema sanitario nazionale, basato sul ripensamento della missione dei medici di medicina generale; attivare una autentica rivoluzione tecnologica e digitale, per sburocratizzare le procedure e aumentare l’efficienza, con un conseguente risparmio di denaro e di tempo per le liste d’attesa; infine favorire alleanze e sinergie tra il pubblico e il privato. Perché questo sistema funzioni è indispensabile un alto e diffuso livello di colloquialità, una sinergia costruttiva tra le strutture, sia pubbliche che private, che favorisca la nascita di un sistema di assistenza integrata e multidisciplinare e la sburocratizzazione del sistema per far spazio all’efficienza.

 

*Già senatore della Repubblica e Presidente della Commissione Sanità del Senato