Rupert Colville, portavoce dell'Ufficio dell'Alto Commissariato dell'Onu per i diritti Umani (Ohchr), ha diramato un nuovo comunicato sulle condizioni dello stato libico. Nel testo si legge: «Siamo preoccupati per il deterioramento della situazione dei diritti umani in Libia, compreso l'impatto del conflitto in corso sui civili, gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e i giornalisti, per il trattamento di migranti e rifugiati, le condizioni di detenzione e l'impunità. Nel 2019, il nostro ufficio insieme alla missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha finora documentato almeno 284 morti civili e 363 feriti a seguito del conflitto armato in Libia, con un aumento di oltre un quarto del numero di vittime registrato nello stesso periodo dell'anno scorso; gli attacchi aerei sono stati la principale causa di vittime civili, con un bilancio di 182 morti e 212 feriti, seguiti da combattimenti sul terreno, ordigni esplosivi improvvisati, rapimenti». 

La situazione bellica in Libia vede tutt’ora uno scontro tra le due forze principali in campo e altre fazioni minori. A seguito della guerra civile nel 2011, che ha visto il rovesciamento e la morte del colonnello Mu’ammar Gheddaffi, al potere dal 1969, numerose fazioni hanno trascinato la Libia verso la seconda guerra civile, dal 2014 ad oggi, vedendo da un lato le forze fedeli al Governo di Accordo Nazionale a Tripoli e al presidente del Consiglio, Fayez al-Sarraj, e dall’altra quelle della Camera dei rappresentanti a Tobruch, Cirenaica, sostenuto dall’esercito fedele al generale Khalifa Belqasim Haftar. Oltre a queste forze sono presenti Consigli autonomi a Bengasi e Derna, forze Tuareg (gruppo etnico generalmente nomade del deserto) e alcuni nuclei superstiti dello Stato Islamico, duramente colpito da interventi internazionali.

Un conflitto che si inserisce inoltre nel fenomeno dei flussi migratori. Secondo il rapporto «tra gennaio e novembre, oltre 8.600 migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia, che ovviamente non può essere considerato in nessun modo come un porto sicuro per lo sbarco».

L’Unione Europea, per voce dell’Alto rappresentante, Joseph Borrel, ha aggiunto: «Alla luce dell'attuale escalation in Libia, soprattutto attorno a Tripoli, l'Unione europea reitera il suo appello a tutte le parti libiche perché cessino tutte le azioni militari e ricomincino il dialogo politico. Tutti i membri della comunità internazionale dovrebbero osservare e rispettare l'embargo sulle armi dell'Onu». Borrel ha espresso inoltre un parere sul lavoro compiuto sino ad ora dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, sostenendo che «con Di Maio abbiamo avuto un ricco scambio d'opinioni. Quanto invece alla sua tappa a Bengasi dal nostro aggressore e Tobruk non ho visto alcuna sostanza».

Riguardo alla posizione italiana sul conflitto il premier libico Fayez al-Sarraj ha dichiarato al Corriere della Sera: «Noi avevamo chiesto le armi a tanti Paesi, inclusa l'Italia, che pure ha diritto di scegliere la politica che più le aggrada e con cui i rapporti restano comunque ottimi. Da Roma, in verità, non sono mai giunte risposte ufficiali».