Situazione di stallo sulla questione degli impianti Arcelor Mittal. L’azienda franco-indiana, attualmente proprietaria dell’acciaieria ex Ilva di Taranto (e degli altri impianti nel paese) aveva annunciato l’intenzione di disimpegnarsi dalla gestione dell’impianto pugliese ritirandosi dagli accordi, entrando in contrasto con i sindacati e il governo. Il Tribunale di Milano dovrà pertanto assegnare a un giudice la causa intentata da ArcelorMittal per recedere dal contratto di affitto dello stabilimento di Taranto.

L’incontro di oggi, tenutosi a Palazzo Chigi, ha visto un sostanziale nulla di fatto. L’azienda ha avviato e procedure per la riconsegna allo Stato di 10.777 dipendenti, mentre il premier Giuseppe Conte ha annunciato che farà «di tutto per far rispettare gli impegni». Il documento presentato dall’Ad Lucia Morselli dichiara che il motivo della rescissione del contratto è dovuto alla «eliminazione della protezione legale», considerata un «un presupposto essenziale su cui AmInvestCo e le società designate hanno fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbero neppure accettato di partecipare all'operazione né, tantomeno, di instaurare il rapporto disciplinato dal Contratto».

Si muovono i sindacati, con la Fim-Cisl che annuncia uno sciopero immediato, mentre gli altri sindacati, ovvero la Fiom-Cigl, Uilm-Uil e Ubs preferiscono attendere prima di agire. Il segretatio generale della Uilm di Taranto, Antonio Talò, ha dichiarato: «Tutti conoscono le difficoltà del mercato dell'acciaio, quello italiano credo che non sarà per molti anni competitivo. Loro se ne sono resi conto e hanno capito che forse non vale la pena fare questi investimenti. Cercano il pretesto. Il governo chieda le vere intenzioni».

Sul caso è intervenuto Corrado Clini, ex ministro dell’Ambiente dal 2011 al 2013, che sulla propria pagina Facebook dichiara: «La decisione di Arcelor Mittal era in un certo senso prevedibile: la modifica delle regole in corsa, delle carte in tavola dopo la firma dei contratti, trasmette un messaggio decisamente negativo agli investitori, e causa un grave danno alla città Taranto e al sistema Italia. Nel nostro Paese abbiamo da almeno dieci anni una retro-cultura che non ammette che l’industria e il suo sviluppo possano andare di pari passo con la tutela ambientale».