La Corte Costituzionale si è espressa dopo due giorni di dibattito sulla costituzionalità dell’aiuto al suicidio di Fabio Antoniani, conosciuto come Dj Fabo, sollevata dalla Corte d’Assise di Milano nell’ambito del processo a Marco Cappato, tesoriere dell’associazione radicale Luca Coscioni, stabilendo che in casi come questo non sia punibile chi agevola il suicidio per persone pienamente consapevoli della propria volontà di considerare le condizioni di vita non compatibili con la sua dignità.

La Corte in particolare ha ritenuto non punibile, a determinate condizioni, chi agevola consapevolmente il suicidio per pazienti tenuti in vita da «trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Decisione presa nel rispetto dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) presso strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente.

A sollevare il caso alla Consulta è stata la Corte d’Assise di Milano nel 2018, durante il processo a Marco Cappato, sulla questione di legittimità dell’articolo l’articolo 580 del codice penale che punisce, con pene tra i 5 e i 12 anni di carcere, sia l’istigazione che l’aiuto al suicidio.

Cappato aveva accompagnato nel 2017 Dj Fabo in Svizzera dopo che questi era rimasto cieco e tetraplegico a causa di un incidente stradale nel 2014. «Ho aiutato Fabiano perché l’ho ritenuto un mio dovere morale – aveva dichiarato ieri prima dell’udienza pubblica - ora vediamo se può essere riconosciuto come diritto. C’è in causa la libertà fondamentale di tante persone che si trovano in condizione di sofferenze insopportabili che non vogliono più subire». In aula con lui l’avvocato difensore Vittorio Manes, la compagna di Antoniani, Valeria, e Mina Welby, compagna di Piergiorgio Welby, morto nel 2006.

Il tesoriere radicale sostiene come «da oggi in Italia siamo tutti più liberi anche quelli che non sono d'accordo. Ho aiutato Fabiano – prosegue - perché ho considerato un mio dovere farlo. La Corte costituzionale ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci».

La sentenza era slittata di un anno a seguito della richiesta al Parlamento da parte della Consulta di legiferare sul “fine vita”, procedimento che tuttavia si è concluso con un nulla di fatto. La Corte pertanto ribadisce come sia indispensabile l’intervento del legislatore. Il mondo politico si trova fortemente diviso, con il segretario della LegaMatteo Salvini, che esprime il proprio parere: «Sono e rimango contrario al suicidio di Stato imposto per legge». Il vice segretario del Partito Democratico, Andrea Orlando, invita il parlamento a discutere del tema. Dalla Conferenza Episcopale Italiana il presidente di Scienza & Vita, Alberto Gambino, ha espresso il proprio parere, su come «con la decisione di non punire alcune situazioni di assistenza al suicidio, la Corte costituzionale italiana cede ad una visione utilitaristica della vita umana», mentre Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), prende in considerazione il difficile rapporto che si verrà a creare con i medici obbiettori di coscienza, raccomandando che «chi dovesse essere chiamato ad avviare formalmente la procedura del suicidio assistito, essendone responsabile, sia un pubblico ufficiale rappresentante dello Stato e non un medico».