Bocciato, con ampio scarto, l’accordo della May con l’Unione Europea. Oggi il voto di fiducia sulla premier. Ma domani quali scenari?

202 sì, 432 no. Con uno scarto di 230 voti Theresa May perde (almeno per il momento) la partita su Brexit. Un divario, quello fatto registrare alla Camera dei Comuni, mai così ampio per un premier in carica. La May è stata dunque sconfitta, ma per il ko si deve aspettare ancora un po’. Magari già oggi: il leader laburista Jeremy Corbyn, infatti, ha subito manifestato la volontà di chiedere un voto di sfiducia per l’inquilina di 10 Downing Street, che avverrà già in serata.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Senza ripercorrere la storia che dal referendum del 2016 arriva ad oggi, soffermiamoci sugli ultimi fatti. Il 13 novembre scorso, dopo lunghissime trattative, viene sancito l’accordo tra May e Unione Europea. Il deal della May è stato subito accolto negativamente, quasi da tutti i fronti: per i brexiter era troppo morbido, per i laburisti troppo duro, per i libdem neanche si doveva immaginare un accordo dovendo rimanere a tutti i costi nell’UE, per gli irlandesi del nord invece era un disastro per la questione del confine e dell’Unione Doganale.

L’accordo doveva comunque ottenere il voto positivo del Parlamento britannico, ma May ha via via posticipato il Brexit-Day, riuscendo a rimandare per oltre un mese questo momento. Nel mentre, May ha dovuto superare persino un voto di sfiducia interno al proprio partito, cha ha superato in maniera abbastanza netta viste le contrapposizioni.

Ma alla fine il B-Day viene programmato per il 15 gennaio: il risultato più pronosticabile era la sconfitta di May, ma bisognava constatare con quale scarto. Ebbene, non poteva perdere in maniera peggiore. 230 voti di differenza potrebbero essere la pietra tombale anche sulla sua esperienza da premier. Oggi, infatti, il Parlamento sarà impegnato con la sfiducia a May: la premier dovrebbe salvarsi, ma non si può mai essere certi. Quali scenari ci attendono d’ora in avanti? Difficile dirlo, ma analizziamo le varie possibilità.

Se May viene sfiduciata allora si andrà ad elezioni anticipate ma, secondo le dichiarazioni ufficiali dei vari leader della sua maggioranza, la premier dovrebbe salvarsi dalla sfiducia. Se quindi dovesse rimanere in carica, si spalancherebbero varie soluzioni.

La prima è provare a delineare un accordo-bis, magari chiarendo che la Gran Bretagna rimarrebbe per sempre nell’unione doganale, come chiesto da Corbyn. Non si può sapere quanto questo però basterebbe: molti laburisti sono contrari tout court a Brexit, mentre i conservatori più estremi non lo accetterebbero mai.

La seconda è il famoso no deal o hard brexit: cioè l’uscita dall’UE senza accordo, che avverrebbe automaticamente il 29 marzo. Questo esito avrebbe enormi contraccolpi, soprattutto economici, e tutti dicono di volerlo scongiurare. Ma, come ha twittato Juncker, “il rischio di no deal è aumentato dopo il voto di ieri”.

Infine un secondo referendum. May è sempre stata contraria a questa ipotesi e anche Corbyn non ha mai mostrato interesse. Ma magari la spinta dei remainer e un accordo che non si trova potrebbero portare a un ultimo e decisivo referendum dentro o fuori.