Infuriano nuovamente gli scontri in Libia. Da qualche giorno, infatti, le diverse fazioni in lotta per il potere sul territorio hanno fatto di nuovo scoppiare la scintilla: i combattimenti sono durati nove giorni e hanno devastato Tripoli, lasciando morti e feriti. Le milizie hanno tuttavia trovato un accordo per restaurare la tregua, grazie al tavolo convocato dall’Onu a cui hanno partecipato tutte le forze coinvolte. La pace - seppur temporanea - è stata accolta con sollievo dall’esecutivo italiano che, a voce del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, rinnova il suo sostegno al governo libico guidato da Faez Al Serraj. L’instabilità nella regione pone infatti Giuseppe Conte e i suoi ministri in una situazione di grande apprensione, perché potrebbe determinare un incremento nelle partenze di migranti che si affidano agli scafisti. Stando alle più recenti cronache, infatti, già 2.000 migranti africani sarebbero riusciti a sfuggire da un centro di detenzione vicino all’aeroporto di Tripoli.

L’Italia, dal canto suo, prova dunque a mantenere la posizione di mediatore all’interno dei conflitti nell’area. Cruciale sarà infatti la conferenza sulla Libia che si terrà a novembre e - probabilmente - in Sicilia. Il ministro Moavero Milanesi, in costante contatto con tutti gli attori della vicenda (Al Serraj compreso), ha già anticipato che il tema chiave sarà quello della sicurezza della regione, senza la quale non si potrà realizzare nemmeno la possibilità di libere elezioni. Non è d’accordo la Francia, che vorrebbe il popolo libico alle urne entro la fine dell’anno. Tuttavia il ministro degli Esteri d’oltralpe lancia un messaggio, preordinato anche a placare i malumori manifestati da Matteo Salvini: «Non siamo contro contro l'Italia e sosteniamo l'iniziativa di organizzare una nuova conferenza». Il nostro ministro degli Interni continua sulla sua linea: «Gli interessi economici di altri non devono prevalere sul bene comune che è la pace - ha detto il segretario della Lega - sono disponibile a correre qualche rischio pur di tornare presto in Libia». Critico sul ruolo francese sulla scena anche Luigi Di Maio. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, infatti, ha dichiarato che le condizioni attuali della Libia sono dovute a «chi è più ostile di noi in quella regione», il quale starebbe «causando non pochi danni».

La tregua raggiunta ieri sera, se non promette di essere durevole, ha quanto meno posto fine a una giornata di durissimi scontri a Tripoli. Secondo la missione Onu che si è occupata di gestire il cessate il fuoco, l’accordo prevede anche la riapertura dell’aeroporto della capitale libica. Gli scontri degli ultimi giorni, però, hanno portato 1825 famiglie ad abbandonare le proprie case per spostarsi in luoghi più sicuri, mentre altre persone hanno preferito rimanere per paura di saccheggi e furti. Chi è rimasto, però, ha bisogno di cibo e acqua. Intanto arriva dall’ospedale di Tripoli l’ultimo bilancio ufficiale dei giorni di combattimento: 61 morti, 159 feriti e 12 dispersi. Secondo il sito web libico “Al Wasat”, i soccorsi sarebbero stati osteggiati dagli scontri e le ambulanze colpite dai miliziani, causando gravi rallentamenti.