Settimana decisiva per l’Iran per capire se l’accordo del 2015, architettato da Barak Obama e Hassan Rouhani, rimarrà tale o verrà spazzato via da Donald Trump.

Il patto, siglato nel luglio del 2015, dallo Stato persiano con i cosiddetti “5+1”, gli Stati con diritto di veto all’interno del consiglio di sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) più la Germania, prevede la progressiva diminuzione delle sanzioni imposte a Teheran in cambio del ridimensionamento del programma nucleare e dei controlli degli ispettori dell’Onu.

Alla scadenza del 12 maggio, il presidente americano Donald Trump potrebbe decidere di non rispettare più l’accordo, spinto dall’appoggio del presidente israeliano Benjamin Netanyahu e dell’Arabia Saudita.

Durissime le parole del presidente iraniano, Rouhani: ‹‹Se gli Usa lasceranno l’accordo sul nucleare se ne pentiranno amaramente. Il loro sarà un rimpianto di portata storica››. Il presidente iraniano non vuole rinegoziazioni o nuovi accordi: ‹‹Abbiamo piani per far fronte a qualsiasi scelta, come ci difenderemo è affare nostro››.

Parole durissime che risuonano come un avvertimento per Washington, ma anche per rassicurare il popolo iraniano. Inviso alla frangia ultraconservatrice, che si schierò contro il ridimensionamento del programma nucleare, e alla destra religiosa, Rouhani deve affrontare anche il malcontento della popolazione che non vede miglioramenti economici nonostante il parziale smantellamento delle sanzioni.

Fino ad ora l’appoggio della Guida Spirituale del paese Ali Khamenei (anch’egli dubbioso sull’accordo del 2015) ha permesso al presidente di andare avanti, ma potrebbe cedere alle spinte oltranziste nel rovesciamento del presidente eletto.

A livello geopolitico, la ripresa del programma nucleare iraniano potrebbe avere risultati catastrofici per il Medio Oriente e per il Golfo. Molto preoccupato per i possibili effetti il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che ha dichiarato nei giorni scorsi la sua paura per una nuova guerra tra Europa e Asia. Per questo, nonostante i continui annunci bellicosi e critici di Netanyahu, la diplomazia internazionale è attiva per evitare la crisi.

Lo scopo è far cambiare idea a Donald Trump (impresa sempre difficile). Ieri ci ha provato Boris Johnson, ministro degli esteri britannico, che si è recato a Washington per parlare con il vicepresidente Mike Pence, il consigliere di sicurezza nazionale John Bolton e i leader del Congresso. Ma il Taycoon ha giocato d’anticipo avendo telefonato al primo ministro britannico Theresa May confermando la sua ferrea volontà di non rispettare gli accordi sul nucleare.