Ancora ombre sulle elezioni presidenziali statunitensi, al centro del ciclone si trovano stavolta Cambridge Analytica e Facebook per il furto di dati sensibili dalla piattaforma, utilizzati poi per influenzare l'elettorato

Lo scandalo, che ha già scosso l’opinione pubblica del mondo occidentale, fa adesso tremare il colosso statunitense. Ieri, dopo che i media di svariati Paesi hanno rilanciato la notizia, il titolo del social ha perso in Borsa, in un solo giorno, il 6,8%. Non succedeva dal 2012. La situazione per Mark Zuckerberg, CEO e fondatore della nota piattaforma, ora si fa complessa: da Londra a Washington, da Bruxelles a Strasburgo, tutti gli chiedono chiarezza sulla vicenda e sul trattamento delle informazioni sensibili gestite dalla società.

Negli anni scorsi, infatti, tramite una app (thisisyourdigitallife) sviluppata da terzi, Facebook ha lasciato che venissero trafugati i dati di milioni di utenti, nonostante la stessa sia stata scaricata da appena 270mila persone. Un numero apparentemente esiguo considerati i due miliardi di iscritti al social network, ma sufficiente a innestare una rete che forniva a Aleksandr Kogan, ideatore del sistema, dati sensibili appartenenti ad oltre 50 milioni di account. Kogan, accademico americano di origine russa, è solo il primo anello di una catena che ha permesso a Cambridge Analytica, società angloamericana che ricerca e analizza flussi di dati nei processi elettorali, di utilizzare queste informazioni per portare Donald Trump alla vittoria nella corsa alla Casa Bianca del 2016 e per sostenere la campagna pro-Brexit durante il referendum nel Regno Unito.

Secondo le prime rivelazioni sull’inchiesta, il colosso della Silicon Valley era a conoscenza già dal 2015 della fuga di dati eppure non ha messo in atto nessuna misura che potesse preservare gli utenti da eventuali illeciti. È il New York Times, infine, a rivelare chi sarà il primo a pagare: pare infatti che Alex Stamos, capo della sicurezza informatica del social network, abbia intenzione di rassegnare presto le proprie dimissioni a causa delle crescenti pressioni di politica e opinione pubblica.