Il liquidatore di Banca Etruria Giuseppe Santoni ha chiamato in giudizio gli ex amministratori dell’istituto di credito per risarcire i danni causati dalla loro gestione. Davanti al Tribunale civile di Roma per una cifra che si aggira intorno ai 576 milioni di euro sono state citate 37 persone: i sindaci e i componenti dei tre consigli di amministrazione che si sono avvicendati dal 2010. Tra loro Pierluigi Boschi. Tra gli obiettivi della causa civile c’è la possibilità di utilizzare il denaro proveniente dagli eventuali indennizzi per gli obbligazionisti subordinati.

Ai giudici spetterà anche il compito di valutare l’attività della società di revisione PriceWaterhouseCoopers. Risale al marzo del 2016 la lettera spedita da Santoni ai 37 ex manager ritenuti responsabili del grave dissesto. In quella lista erano stati inseriti anche gli eredi dei consiglieri che nel frattempo sono deceduti. Con la missiva il commissario liquidatore concedeva 30 giorni di tempo per versare 300 milioni di euro di indennizzo "in solido". La base di partenza era dunque una richiesta di 8,1 milioni di euro ciascuno - da liquidare anche con beni immobili, autovetture, titoli azionari. Sembra evidente che un anno e mezzo è trascorso invano e dunque si è deciso di procedere con l'istanza depositata in tribunale. I tre motivi che hanno convinto Santoni a procedere sono elencati nel ricorso, ma erano stati già anticipati nella lettera. In particolare, secondo il liquidatore, a provocare il "buco" nei bilanci che ha “spolpato” la banca  sono stati “gli errori madornali degli amministratori che la hanno condotta letteralmente allo sfacelo”, in una “paradossale corsa all’abisso” durante la quale sarebbe stato violato «ogni più elementare principio normativo o di correttezza professionale”. E sarebbe stato proprio il comportamento doloso e colposi dei vertici a far lievitare ulteriormente la cifra indicata un anno e mezzo fa.