La procura di Arezzo ha chiuso l’inchiesta bis per il crac di Banca Etruria, avvenuto a fine 2015 con un fardello di oltre 2 miliari di crediti deteriorati, dopo una serie di disperati tentativi di salvataggio da parte del governo. Il pool dei magistrati, guidato dal procuratore Roberto Rossi, ha messo le mani su centinaia di documenti, ricostruendo i passaggi dei finanziamenti collegabili al reato di bancarotta, in un’indagine fiume conclusasi con l’avviso di chiusura, preludio alla richiesta di rinvio a giudizio per 29 persone.

Non è coinvolto nel procedimento l’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone, ex presidente del Gruppo Acqua Marcia, gruppo abbattuto dalle inchieste giudiziarie che hanno riguardato l’imprenditore romano (sempre risultato assolto), ma che a causa di queste è finito poi tra i soggetti debitori delle banche. A confermare che i debiti con le banche non sono stati determinati da condotte illecite dell’imprenditore romano, bensì proprio dal tracollo del gruppo causato dalle inchieste della magistratura, è l’esclusione di Bellavista Caltagirone dagli indagati del procedimento aperto dalla procura di Arezzo.

Come ha spiegato efficacemente il quotidiano La Nazione, infatti di per sé la concessione di un prestito non genera necessariamente la bancarotta in caso di successivo fallimento, perché i finanziamenti rientrano nel rischio d’impresa e non sono imputabili a prescindere. Diverso è il discorso se un finanziamento viene concesso a fronte di garanzie inesistenti, inadeguate o incapienti, quando cioè la banca è a conoscenza che dalla controparte potrà rientrare difficilmente il denaro ricevuto.

Insomma, i prestiti erano stati ottenuti da Francesco Bellavista Caltagirone proprio perché il suo gruppo aveva fornito le adeguate garanzie a sostegno delle richieste. Fu l’offensiva della magistratura sul Porto di Imperia, finita in un buco nell’acqua con due assoluzioni e un’archiviazione per l’imprenditore romano, a determinare il crollo di Acqua Marcia e la sua successiva insolvenza.