In Italia la curva del contagio sta tornando a livelli preoccupanti e da giorni, fra proteste di piazza e forze di opposizione sul piede di guerra, non mancano certo accuse verso la gestione governativa della famosa fase della “convivenza con il virus”. Secondo l’opinione dei più critici non ci sarebbe stata sufficiente prevenzione al fine di evitare un secondo parziale lockdown a spese delle imprese, quest’ultime costrette a pagare per evitare il pericolo del collasso del sistema sanitario, considerato ancora oggi – dopo 9 mesi di stato di emergenza – troppo fragile.

In tempi di pandemia i consigli dispensati da medici e virologi sono diventati fondamentali per l’opinione pubblica, in quanto da mesi le notizie sulla diffusione del virus Covid-19 imperversano su tutti i notiziari, e a tal proposito abbiamo chiesto il parere del senatore Antonio Tomassini, ginecologo di grande prestigio e per vent’anni presidente della commissione sanità del Senato nel periodo dell’epidemia SARS, riguardo le cause dell’insufficienza dell’attuale sistema sanitario:
 

«Se il sottofinanziamento è un fatto oggettivo, criticare invece la trasformazione del modello sanitario ospedalicentrico in un sistema più rispettoso delle esigenze del territorio e dei cittadini non sembra corretto. Da tempo infatti erano tutti convinti che il servizio sanitario nazionale fosse come un grande corpo obeso (ipertrofico nel corpo, cioè gli ospedali degli acuti) con degli arti invece gracili e insufficienti (arti che rappresentano la sanità territoriale e la prevenzione) e che necessitasse quindi di una cura dimagrante ed armonizzate. Dunque, nella nuova concezione l’ospedale perno è stato sostituito da un modello più aggregato e comprensivo con, da un lato, ospedali per acuti e quelli destinati alle cronicità, dall’altro avamposti dei sensori posti nelle cosiddette home-care (facilmente gestibili grazie alle nuove tecnologie), ed al centro la gestione territoriale affidata alle unità di cure primarie (gruppi di medicina generale) e alle farmacie». 
 

Perché il sistema non ha retto?
«Per far si che questo sistema funzioni c’è bisogno di un alto livello di colloquialità fra le strutture, una rivoluzione digitale e una sinergia positiva fra le strutture, sia pubbliche che private. Tuttavia, la concorrenza tra interessi nazionali e regionali, l’asfissiante burocrazia e la corruzione hanno ritardato l’ammodernamento del sistema e l’emergenza Covid, sicuramente inaspettata, ha ulteriormente rallentato questo processo. Pertanto, ci siamo trovati nel mezzo dell’epidemia con una trasformazione del sistema in gran parte da completare, e quindi senza la sufficiente cultura per affrontare l’emergenza, ma di questo non si può incolpare un passato da cui discende una trasformazione coerente e condivisibile». 

 

Ci sono stati errori nella gestione?
«Ai primi segnali della diffusione del Covid sono stati intrapresi correttamente tutti i percorsi di prevenzione possibili ma quelli che si definiscono prevenzione passiva: basata sulla così detta prevenzione individuale e sul contenimento pubblico, ma senza esser stati sufficientemente selettivi tra cosa consentire e cosa proibire e facendo l’errore di incanalare i malati negli stessi luoghi di cura dei sani. A tutto ciò va comunque dato un giudizio compressivo, considerando l’immediatezza del fattore sorpresa». 

 

Quale modello dovremmo seguire per il superamento dell’attuale crisi?
«Non certo quello cinese, enfatizzato, fatto di silenzi e di dati incerti non verificabili. Piuttosto seguirei il modello coreano e che in Europa hanno ripreso gli svizzeri: attivo, tendente a separare i “sani” dai “malati” e a seguire con i dati individuali tutti i selezionati. Sicuramente la sanità ha il dovere di completare al più presto il percorso di transizione, essendosi dimostrata poco integrata in questo sistema e poco preparata ad una flessibilità che ci potrà venire spesso chiesta in futuro».