Sono tante le novità presentate quest’anno a Exposanità, la fiera che si è svolta a Bologna dal 18 al 21 aprile. Un esempio? Il manichino robot che sanguina, piange, urla, suda, respira (o va in arresto cardiaco) come un paziente appena arrivato al pronto soccorso. Questo simulatore è curato nei minimi dettagli e serve per insegnare ai medici a non sbagliare le manovre durante un’operazione. Si chiama 'SimMan 3G', prodotto dalla multinazionale Laerdal in collaborazione con la svedese Mentice. È il «simulatore paziente con le caratteristiche più vicine all'essere umano» – spiega Novella Callero, general manager di Laerdal Italia - L'unica differenza è che la pelle è fredda al tatto», sottolinea Callero. Comandato tramite un computer, il manichino può essere programmato per ricreare qualsiasi condizione critica, appunto per formare e addestrare le equipe mediche anche in situazioni estreme, non solo nei centri di simulazione ma anche negli ospedali, utilizzando così gli stessi macchinari e strumenti di tutti i giorni. L'ospedale Maggiore di Bologna, ad esempio, è dotato di uno di questi simulatori. In questo modo, spiega Callero, «si possono ridurre al minimo gli errori» di manovra sui pazienti. A disposizione ci sono diversi modelli. Oltre all'uomo, c'è anche il simulatore donna, donna incinta e neonato, anche prematuro.

Altre due grandi invenzioni, sviluippate da Organ assist, sono un contenitore speciale che allunga la vita di un organo (per arrivare al trapianto nelle giuste condizioni) e una borsa in polistirolo rinforzato, con tanto di trasponder che monitora sia il viaggio sia la temperatura all'interno del contenitore. La prima borsa è dotata di un astuccio speciale in cui conservare il rene, un flacone con il liquido e una piccola bombola con ossigeno. Attraverso un'arteria, il liquido di perfusione, arricchito con ossigeno, viene fatto scorrere direttamente all'interno dell'organo, che una volta chiuso e sigillato dentro al suo contenitore sterile, viene ricoperto di ghiaccio. In questo modo è possibile prolungare l’ischemia a freddo del rene fino a 33 ore. Il secondo contenitore è in polistirolo compresso (ha superato anche un crash test, con caduta dall'altezza di 10 piani) ed e' formato da due camere: una calda, per conservare i documenti legati al trapianto e alcuni elementi utili a tipizzare il rene (sangue, milza). La camera fredda porta invece l'organo vero e proprio da trapiantare: viene avvolto in tre buste, poi chiuso in un contenitore con etichetta anti-effrazione e ricoperto di ghiaccio. Tutto viene poi letto con un trasponder, in modo da creare un protocollo digitale con tutte le informazioni sull'organo e il trapianto. Sotto controllo la temperatura interna del contenitore, che deve mantenersi tra 1 e 4 gradi.

A Exposanità è stata presentata anche la neuronavigazione in sala operatoria. Come un satellitare in sala operatoria per “navigare” nel corpo e guidare meglio la mano del chirurgo«Si tratta di una tecnologia mutuata dal gps», spiega Bernardino Tomei, presidente Aico Lazio. In sostanza, sugli schermi della sala operatoria compare una mappa satellitare dell'area su cui bisogna intervenire. Viene così ricostruita in 3D la zona da operare, permettendo un approccio piu' mirato e riducendo i margini di errore. «La neuronavigazione puo' essere utilizzata per qualsiasi tipo di intervento», spiega ancora Tomei, ad esempio negli «approcci mini-invasivi» di chirurgia sulla spina dorsale, per applicare impianti o protesi. Per interventi chirurgici sul cranio, invece, la tecnologia satellitare puo' aiutare a fare biopsie mirate, evitando il piu' possibile danni collaterali. «Tra le altre cose - sottolinea il presidente Aico - la neuronavigazione in sala operatoria permette di eliminare, o quantomeno ridurre, il ricorso alle radiazioni ionizzanti, abbassando cosi' eventuali rischi sia per i pazienti che per gli operatori». Insomma, per gli infermieri in particolare «cambia completamente il setting in sala operatoria», sottolinea Tomei.

La stampa 3D diventa necessaria anche per la medicina. È possibile, infatti, anche non studiare più il progetto di una protesi, stamparla in 3D in laboratorio e poi inviare il pezzo alla struttura sanitaria che deve impiantarla, ma fornire direttamente all'utilizzatore finale in loco, ovvero a chi deve compiere l'operazione chirurgica, la stampante 3D con cui produrre la protesi necessaria, inviando il progetto via web. «Si potrebbe fare tutto in 24 ore - sostiene Villiam Dallolio, neurochirurgo che porta avanti questo progetto e presidente della Promev - Produrre in sede è la soluzione migliore e ottimale». Ma non mancano gli ostacoli. «Al momento ci sono problemi di certificazione», conferma il neurochirurgo. Che però non demorde e anzi rilancia, sottolineando il "risvolto etico" di questa possibile innovazione. «Si potrebbe permettere anche ai paesi colpiti dalle guerre, come la Siria in questo momento, dove ci sono migliaia di mutilati - sottolinea Dallolio - di produrre in loco le protesi necessarie per gli interventi chirurgici».

Infine, da notare, è la soluzione trovata da Guldmann, azienda di Parma, che propone un sistema di sollevamento con una struttura a binario per quei pazienti che devono fare riabilitazione o semplicemente per spostarli (se allettati), riducendo al minimo lo sforzo in primo luogo per gli operatori. Agganciata al soffitto, la tecnologia «non occupa spazio al suolo», sottolinea Gabriele Severi, project manager di Guldmann. In questo modo, per l'operatore sanitario e' piu' facile muoversi e lavorare anche in ambiente ristretto, "recuperando molto tempo". Il paziente viene imbragato in una sorta di tela e poi agganciato al binario, per essere sollevato e spostato. «Arriva a spostare col minimo sforzo pazienti fino a 500 chili», afferma Severi.