Il voto delle europee e delle amministrative sembra aver colpito il Movimento 5 Stelle e soprattutto l’attuale leader del partito, Luigi Di Maio.

A seguito delle critiche, dei vertici e dei mormorii provenienti tra alti esponenti, quali il giornalista Gianluigi Paragone (che consegnerà le proprie dimissioni al leader), i capogruppi Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli e i ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, Di Maio ha deciso di fare un mea culpa innanzi ai deputati e ai senatori e di promettere collegialità. Tuttava, tra rumors ed effettive possibilità, circola l’idea delle dimissioni, tuttavia prontamente smentite.

La richiesta di molti dei principali esponenti è per una riorganizzazione interna del partito, bocciando l’idea di una leadership unica, con un nuovo capo, un nuovo rimpasto ed un ampliamento del direttorio, coinvolgendo gli attivisti. Oltre ai già citati, sono pronti allo scontro i fedeli di Roberto Fico, presidente della Camera, tra cui Carla Ruocco, Romberta Lombardi e Luigi Galo e il vice capogruppo al Senato Primo Di Nicola. Sul punto, Paragone ha affermato: «La generosità di Di Maio di mettere insieme 3-4 incarichi va rivista. Per ripartire il M5S ha bisogno di una leadership politica non dico h24, ma quasi».

Ma il ministro dello sviluppo economico e del lavoro vuole anzi confermare la propria leadership chiedendo alla base, in merito al proprio operato, la conferma del suo ruolo. «Non sono mai scappato dai miei doveri – scrive Di Maio sul blog del partito - e se c’è qualcosa da cambiare nel MoVimento lo faremo. Chiedo di mettere al voto degli iscritti su Rousseau il mio ruolo di capo politico, perché è giusto che siate voi ad esprimervi. Gli unici a cui devo rendere conto del mio operato». Una riconferma elettorale che permetterebbe al vicepremier di evitare franchi tiratori e destituzioni all’assemblea che si terrà stasera. Il voto, dalle 10 del mattino alle 20, chiederà se “Confermi Luigi Di Maio come capo politico del M5s?”.

Spettatori dei cambiamenti all’interno dei pentastellati gli alleati di Governo della Lega. Tiene banco il caso del leghista Edoardo Rixi sulle cui sorti si pronuncerà  il 30 maggio il tribunale di Genova in merito alle accuse di peculato e “spese pazze” del Consiglio ligure tra il 2010 e il 2012, per cui il pentastellato Alessandro Di Battista già chiede l’esclusione dal Governo, in base agli accordi presi nel contratto, ma che il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini non vuole prendere nemmeno in considerazione. Al di là dei caso Rixi comunque Lega e M5S sembrano intenzionati ad alleggerite i toni e a riconfermare la volontà di rimanere alleati e alla guida del paese. Non a caso proprio gli ultimi sarebbero vincolati dal divieto del secondo mandato, per cui la classe dirigente pentastellata si ritroverebbe smontata.