È terminata con un colpo di Stato la dittatura militare in Sudan di Omar Hasan Ahmad al-Bashir, esattamente come era cominciata. Dopo cinque giorni di sit-in davanti al quartier generale della capitale e a seguito delle mosse dell’esercito, il presidente del Sudan lascia il potere dopo oltre trent’anni, annunciando le sue dimissioni e accettando l’arresto assieme alle sue guardie del corpo e alti funzionari. L’esercito, dopo aver fatto irruzione nella sede dell’emittente televisiva statale ha annunciato la formazione di un governo di transizione. L’aeroporto della capitale, Khartum, è attualmente chiuso.

Al-Bashir, dopo aver servito nell’esercito egiziano nel 1973 durante la guerra del Kippur, fu messo a capo dell’esercito sudanese per le operazioni contro i ribelli a favore dell’indipendenza del Sud Sudan. Il generale prese il potere il 30 giugno 1989 rovesciando il governo di Sadiq al-Mahdi. Al-Bashir mise al bando ogni partito, attivò la censura e sciolse il parlamento, per poi autonominarsi capo di stato e assumere tutte le cariche istituzionali. Sotto il suo governo si svolse la guerra del Darfur (che fece guadagnare ad Al-Bashir un mandato internazionale di arresto per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità da parte della Corte penale dell’Aja), la guerra civile tra musulmani e cristiani (e per il controllo di pozzi petroliferi) che ha portato nel 2011 all’indipendenza del Sudan del Sud e scontri con il Ciad e la Libia di Gheddafi, oltre alla concessione di asilo a terroristi internazionali come Osama bin Laden.

Il Sudan, il paese più grande dell’Africa sino al 2001, aveva stretto rapporti con Qatar, Egitto, Turchia, Russia e soprattutto con la Cina, principale partner economico. Il futuro del paese è ora incerto, si teme uno scontro tra due fazioni dell’esercito e ci si chiede se l’ex-presidente sarà consegnato alla giustizia internazionale.