Entra nel pieno dei poteri il governo di Giuseppe Conte, che in una accesa seduta ieri alla Camera ha incassato l’ultima fiducia necessaria. I voti favorevoli sono stati 350, 3 in più della previsione che vedeva i gruppi parlamentari di Lega (125 deputati) e del Movimento 5 Stelle (222 deputati) già detentori di una compatta maggioranza che adesso conta un’eccedenza sulla maggioranza assoluta di 34 onorevoli. Rispetto ai numeri dei precedenti esecutivi, il governo Conte è più forte al Senato, dove registra due voti in più di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni. Situazione differente alla Camera, disegnata da una legge elettorale che  - a differenza di quella del 2013 – non prevede il premio di maggioranza: il presidente del Consiglio può contare su 28 deputati in meno di Renzi e 18 in meno di Gentiloni. Una maggioranza “espandibile”, dal momento che Fratelli d’Italia ha scelto di astenersi e di non votare contro, mentre una corrente decisamente minoritaria di Forza Italia invoca un trattamento più morbido nei confronti del governo gialloverde. 

 

I motori dell’esecutivo si accendono già oggi, in concomitanza con il primo Consiglio dei ministri. All’ordine del giorno il trasferimento della delega al Turismo dal ministero della Cultura a quello dell’Agricoltura. Le vere sfide per il governo arriveranno però al ritorno di Conte dal G7: a quel punto andranno decise le nomine dei viceministri e dei sottosegretari. Sul tavolo del Cdm anche il nodo pensioni, le nomine e il futuro della Cassa depositi e prestiti. Su questi temi sono già in corso – riferiscono i cronisti – le trattative fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. L’ennesimo totonomi di questa legislatura è già partito, mentre si accende un braccio di ferro fra i due partiti per aggiudicarsi i posti migliori. Fra i nomi più insistenti quello della 5s Laura Castelli come vice al Mef, il leghista Edoardo Rixi ai Trasporti, e leghisti dovrebbero essere anche i secondi di Alfonso Bonafede, Nicola Molteni, e di Matteo Salvini, Stefano Candiani.

 

Nel frattempo il neoministro del Lavoro, dello Sviluppo Economico e delle Politiche Sociali ha annunciato con fermezza all’assemblea di Confcommercio che «l’iva non aumenterà e le clausole di salvaguardia saranno disinnescate». «Avete la mia parola» conferma Luigi Di Maio. Ai commercianti, il capo politico del M5S rivolge anche altre promesse: verranno aboliti spesometro e redditometro e verrà invertito l’onere della prova, «perché siete tutti onesti ed è onere dello Stato provare il contrario». Secondo il deputato di Acerra, «la ricetta per fare decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace». 

 

Per il governo, tuttavia, arrivano anche le prime bacchettate nazionali. Il riferimento a una «revisione» delle sanzioni contro la Russia, pronunciato da Conte durante il suo intervento in Senato, non ha trovato il pieno gradimento del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che ha riferito di accettare un dialogo con Mosca nell’ambito però di una conferma delle sanzioni. «La Russia deve cambiare comportamento prima che le sanzioni vengano rimosse» fa sapere Stoltenberg, assumendo una posizione condivisa dalla Germania di Angela Merkel e dall’ambasciatrice Usa presso la Nato Kay Bailey Hutchinson

 

Intanto Conte ieri ha avuto alla Camera l’opportunità di rendere ancora più chiara la direzione del suo governo, che sarà guidato principalmente dalla Costituzione. «C’è un’architettura sovranazionale nella quale siamo collocati confortevolmente» assicura il presidente del Consiglio. Ma l’Aula non è tranquilla e accusa di eccessiva vaghezza i riferimenti del premier, che risponde con un «dateci tempo, non siamo qui per stravolgere quanto di buono è stato fatto». Poi uno scivolone che a Conte non è stato perdonato: nel clima di pacificazione che l’esecutivo cerca di creare, il capo del governo manda un messaggio di solidarietà al presidente della Repubblica, dicendosi «dispiaciuto per gli attacchi subiti sull’uccisione di un congiunto». Il mancato riferimento al nome di Piersanti Mattarella, governatore della Sicilia ucciso dalla mafia e fratello del capo dello Stato, accende l’Aula e la critica, che accusano Conte di non conoscere la storia di questo «eroe». Sarà Graziano Del Rio, in un acceso intervento, a scandire il nome: «Si chiamava Piersanti!». 

 

Ma l’Aula non si placa, ed esplode quando Conte parla di corruzione: «vexata quaestio in questo Parlamento: cercheremo di riprendere in mano questa questione, lo faremo al più presto. – promette il premier – E i vostri interventi volti a interrompermi dimostrano che ciascuno ha il suo conflitto o pensa di avere il proprio conflitto». E alla Camera è bagarre, con il presidente che spiega di aver voluto riferirsi al fatto che «la corruzione si trova negli interstizi» del nostro Stato. Particolarmente accorato l’intervento completo del capogruppo del Pd, l’ex ministro Del Rio. «Non venga qui a darci lezioni! – ha detto al microfono del suo seggio – Ci faccia un piacere, riprenda il programma e lo riscriva di suo pugno, perché è lei il presidente del Consiglio». «Il nostro augurio – ha completato poi Del Rio – è  che non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti». Toni giudicati eccessivi dalla maggioranza, che li ha definiti carichi di troppa rabbia. Tuttavia una stretta di mano fra il dem e Conte sembrerebbe aver quantomeno riaperto la stagione del fair play, violentemente interrotta nella seduta di ieri.