Colto ma popolare, dotato per le lingue e gli accenti, padrone di una tecnica verbale senza paragoni, caratterista senza eguali. Era questo Luigi Proietti, in arte Gigi, scomparso oggi 2 novembre, proprio nel giorno in cui avrebbe compiuto 80 anni. Vero è che parlare al passato, con note di (un quasi) sterile condizionale, risulta imbarazzante e banalmente limitante, per un personaggio che a teatro e cinema italiano ha dato tutto, sempre con quella sottile aria da cantastorie popolare, che amava l’arte recitativa come nessun altro.

 

Se avesse continuato a lavorare con i registi americani che lo adoravano (Sidney Lumet negli anni '60, Robert Altman e Ted Kotcheff dieci anni dopo), oggi avrebbe anche lui una stella sulla Walk of Fame di Hollywood a celebrarne la gloria. Ma Gigi non era tipo da onorificenze o premi alla carriera. La gloria se l’è presa con doti interpretative sensazionali, che l’hanno reso un icona fra i caratteristi.

 

Inizia la carriera attoriale nel 1964 con una particina da poliziotto in «Se permettete parliamo di donne», ruolo con quali si accorsero di lui a Cinecittà. Dopo varie esperienze, tra cui celebri interpretazioni come «La Tosca» di Luigi Magni e Sandokan in «Le tigri di Mompracem», arriva la consacrazione nel 1976 con «Febbre da cavallo» di Steno, in cui ricopre il ruolo del scommettitore sfortunato Bruno Fioretti detto Mandare. La pellicola diventerà negli anni un culto della comicità romana e non solo, avendo per fino un seguito nel 2002 grazie a Carlo Vanzina (figlio di Steno).

L’ultimo ruolo interpretato risale al 2019, dove ha vestito i panni di Mangiafuoco in «Pinocchio» di Matteo Garrone, nel quale, quasi irriconoscibile a causa del trucco e dei costumi, lancia sguardi fiammeggianti e bofonchia maledizioni, come per l’ultimo scherzo di una maschera da commedia dell’arte.