Tensione a Barcellona e in Catalogna. Il Tribunale Supremo di Spagna ha stabilito pene molto dure per gli esponenti politici resisi protagonisti degli eventi dell’ottobre 2017. I 12 leader indipendentisti catalani sono accusati di diversi reati legati alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza della regione mediterranea.

La condanna riguarda il reato di sedizione, che punisce una rivolta pubblica contro l’autorità, e non quello di rivolta, considerato più grave, e vede accusati sia ex membri del governo locale che leader di organizzazioni della società civile. Per quattro ex ministri viene inoltre contestato il reato di malversazione e gestione illecita dei fondi, mentre tre imputati sono stati condannati per reato di disobbedienza. La condanna più grave (13 anni di carcere per sedizione aggravata dalla carica e malversazione) è stata inflitta all’ex vicepresidente del governo indipendentista catalano, Oriol Junqueras, esponente del partito Esquerra Republicana (ERC), la frangia di sinistra del movimento. Segue la condanna a 11 anni e 6 mesi per l’ex presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, e quella a 9 anni per Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, leader delle organizzazioni indipendentiste della società civile Òmnium e Assemblea Nazionale Catalana.

Dopo la sentenza, inoltre, il giudice del Tribunale Supremo Pablo Llarena ha riattivato il mandato di arresto europeo per Carles Puigdemont, per i reati di sedizione e malversazione, richiedendone l’estradizione al Belgio, dove attualmente risiede l’ex presidente della Generalitat de Catalunya.

Si registrano proteste a Girona, Barcellona e in tutta la Catalogna, con scontri tra poliziotti e manifestanti all’aeroporto El Prat, con i manifestanti che sfidano i divieti imposti da Madrid per mantenere sotto controllo l’ordine ed evitare una escalation. Partita delicata in vista delle nuove elezioni, con il primo ministro uscente Pedro Sánchez pronto a rispettare la sentenza, ma vanificando l’alleanza dei Socialisti con gli indipendentisti catalani.