Il giudice Gianluca Petragnani Gelosi, a seguito dell’udienza preliminare di Bologna, dovrà decidere se rinviare a giudizio i responsabili di undici aziende ritenuti colpevoli di associazione a delinquere per la vendita in Italia di patate spacciandole per italiane e camuffandone la provenienza e la qualità. Secondo gli inquirenti Manuela Cavallo e Marco Forte della Procura e la Polizia Giudiziaria della Forestale infatti a queste patate erano stati applicati trattamenti pericolosi con fitofarmaci.

Un processo che ha avuto inizio il 10 marzo 2014 a seguito della chiusura dell’indagine da parte della Forestale ma che ha dovuto attendere aprile 2016 per l’avviso di conclusione dell’indagine da parte della Procura inquirente e ancora una lunga attesa sino al 23 dicembre 2017 prima della presa in carico da parte del Gup Gianluca Petragnani Gelosi.

Secondo la Procura e la Forestale i campioni erano composti da patate di scarto e infestate dall’insetto tignola o di qualità differenti ed inferiori rispetto a quelle locali. La Procura sostiene pertanto che i prodotti introdotti nel mercato presentavano «etichettature attestanti dati non veritieri e commercializzati con documenti di accompagnamento recanti false indicazioni sul luogo di coltivazione, sulla provenienza e sulla qualità, talora con indicazione della provenienza “made in Italy” per alimenti di provenienza estera, talora con indicazione di una qualità superiore a quella effettiva, talora con un’indicazione di origine geografica protetta per alimenti provenienti da località diverse da quelle dichiarate; talora con falsa indicazione della provenienza dell’alimento da agricoltura biologica». 

Gli indagati hanno chiesto il proscioglimento, dichiarandosi innocenti. Secondo i legali difensori, i fatti contestati sono infondati e le procedure seguite sono state corrette. Una delle aziende nella fattispecie fa notare come le patate contestate finiscano nei prodotti preparati per l’industria alimentare confezionati e che quindi non verrebbero vendute sfuse per il consumo diretto.

In attesa della pronuncia sul caso, il Tribunale di Bologna (presieduto dal giudice Francesco Maria Caruso) conferma la correttezza dei tempi entro le norme, concordando tuttavia come in casi simili i cittadini si trovino non tutelati.