È in corso nell'aula bunker di Rebibbia, al processo sulla morte di Stefano Cucchi che vede imputati cinque carabinieri, la requisitoria del pm Giovanni Musarò. Presenti in aula, oltre ai familiari della vittima, anche il procuratore facente funzioni di Roma Michele Prestipino. Sono cinque i militari alla sbarra nel procedimento bis in corso davanti alla prima Corte d'Assise: Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro e Tedesco, rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco, che nel corso del procedimento ha accusato i due colleghi del pestaggio ai danni del geometra romano, risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto e calunnia insieme al maresciallo Mandolini, all'epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l'arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, è accusato di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso.

«Stefano Cucchi non è caduto accidentalmente, è stato pestato». Lo ha detto il pm Giovanni Musarò durante la sua requisitoria nell'aula bunker di Rebibbia al processo per la morte di Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre del 2009 per droga e deceduto una settimana dopo all'ospedale Sandro Pertini di Roma.

«Non è semplice sintetizzare due anni di un processo così complicato, dopo la morte di Stefano Cucchi è iniziata una seconda storia, nel frattempo ci sono stati altri processi con imputati diversi, per il pestaggio furono accusati prima tre agenti della penitenziaria e poi i medici dell'ospedale Pertini» ha aggiunto Musarò.

Quando venne arrestato, Stefano Cucchi pesava 43 kg. Ne pesava 37 quando morì. «Questo notevole calo ponderale - ha spiegato ancora il pm Giovanni Musarò - è riconducibile al trauma dovuto al violento pestaggio, non certo a una caduta come si disse all'epoca. Lui perse 6 kg in 6 giorni. Non mangiava perché aveva dolore, stava male. E per il dolore non riusciva neppure a parlare bene». Il pm indica tra i testimoni Luigi Lainà, un detenuto alle prese con varie patologie, che la sera del 16 ottobre 2009, incrociò Cucchi al centro clinico del carcere di Regina Coeli: «Stava proprio acciaccato de brutto - disse Lainà al pm cinque anni dopo con la riapertura dell'inchiesta -, era gonfio come una zampogna sulla parte destra del volto. Anche io sono stato massacrato, ma massacrato a quel livello come Cucchi no. A ridurlo così dovrebbe essere stato un folle o più folli senza scrupoli». Dichiarazioni poi ribadite da Lainà nel marzo del 2018 nel processo bis in corte d'assise.

Nell'inchiesta bis sul pestaggio di Stefano Cucchi sono da considerare «pienamente attendibili» le dichiarazioni che i carabinieri della stazione di Tor Vergata Riccardo Casamassima e Maria Rosati resero nel maggio del 2014 all'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia del ragazzo. Lo ha ribadito il pm Giovanni Musarò nel corso della sua requisitoria. «Le presunte criticità sollevate dai difensori degli imputati di questo processo - ha insistito il pm - non solo non hanno scalfito ma hanno pure dato forza al grado di attendibilità e credibilità di questi due testimoni. Loro sono stati pure intercettati per cui possiamo dire che le testimonianze rese in procura, ovviamente riscontrate, si sono rivelate genuine. Casamassima e Rosati erano l'ultima ruota del carro, possibile che non avevano messo in conto che avrebbero avuto contro tutto e tutti parlando del caso Cucchi? ».

«E' successo un casino - era il ricordo di Casamassima - i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato: il maresciallo Roberto Mandolini - imputato di falso e calunnia - me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione Tor Vergata. Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi, ma all'epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto». Per il pm, quel colloquio avvenne il 17 ottobre del 2009, due giorni dopo l'arresto di Cucchi. Casamassima e Rosati hanno poi ripetuto nel processo in assise quanto detto in procura.