La storia del caso Cucchi non si è ancora conclusa. La procura di Roma ha richiesto il rinvio a processo per gli otto militari (il generale Alessandro Casarsa, i colonnelli Francesco Cavallo, Luciano Soligo e Lorenzo Sabatino, il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, il capitano Tiziano Testarmata, il carabiniere scelto Francesco Di Sano e il carabiniere Luca De Cianni) coinvolti nell’inchiesta sui depistaggi contestando, a vario titolo, i reati di falso ideologico, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia.

Sono passati nove anni dalla morte di Stefano Cucchi, il geometra trentaduenne deceduto il 22 ottobre 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato dai carabinieri della stazione Appia per detenzione di stupefacenti.

Principale capo d’accura la condotta che portò a modificare le annotazioni di servizio redatte all’indomani della morte di Cucchi e relative al suo stato di salute, oltre alla mancata consegna in originale dei documenti che erano stati sollecitati dalla magistratura nel 2015.

Stando a quanto accertato dalla procura, fu lo stesso Casarsa a influenzare gli ufficiali allo scopo di coprire le responsabilità dei carabinieri che causarono a Cucchi le gravi lesioni che determinarono il suo decesso.  Nel frattempo davanti alla Corte d'Assise è in corso il processo a cinque militari, tra i quali gli autori del pestaggio Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, divenuto superteste.

La sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, fiduciosa, si è detta felice nel poter contare ora sull’Arma dei Carabinieri «contro coloro che depistarono e scrissero le perizie che davano a Stefano tutta la colpa della sua morte ancor prima che venissero poi partorite dai medici legali del processo precedente».