Era il 2013 quando Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, accostò la Kyenge a un orangotango. In questi giorni la sentenza del Tribunale di Bergamo, che condanna il leghista a un anno e mezzo.

«Quando vedo la Kyenge non posso non pensare alle sembianze di un orangotango». Così Roberto Calderoli apostrofò l’allora ministro per l’integrazione nel lontano 2013 a una festa della Lega Nord a Treviglio. La dichiarazione destò scandalo nell’opinione pubblica e lo stesso presidente del Consiglio di allora, Enrico Letta, definì attraverso un Tweet “inaccettabili oltre ogni limite” le parole del senatore leghista, nonché vicepresidente del Senato.

Cécile Kyenge, ovviamente, non esitò a denunciare Calderoli, avviando l'iter processuale della vicenda. A nulla servirono le scuse del senatore corredate da un mazzo di fiori. Infatti, i pm di Bergamo Gianluigi Dettori e Maria Cristina Rota aprirono subito un fascicolo con l’ipotesi di diffamazione aggravata dall’odio razziale.

Il processo, però, registrò subito uno stop a causa del voto avvenuto in Senato durante la seduta numero 505 del 16 settembre 2015. In quell’occasione Palazzo Madama, con 126 voti favorevoli 116 contrari e 10 astenuti, votò per l’insindacabilità delle dichiarazioni di Calderoli ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione, che recita: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni».

Il voto del Senato provocò le proteste di una parte dell’opinione pubblica e lo stesso Tribunale di Bergamo, non trovandosi d’accordo con la decisione assunta in Senato, sollevò il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato proprio contro la Camera Alta del nostro Parlamento.

A dirimerlo ci ha pensato un anno fa la Corte Costituzionale, con la sentenza numero 59/2018 occorsa il 10 gennaio 2018, dando ragione ai legali della Kyenge. La Consulta, infatti, ha dichiarato che non spettava al Senato pronunciarsi sull’insindacabilità annullandone l’effetto.

Il processo, dunque, è tornato in capo al Tribunale di Bergamo. Se la difesa chiedeva la piena assoluzione, il pm ha invece chiesto 2 anni per Roberto Calderoli. Lo scorso 14 gennaio, infine, è arrivata la sentenza di primo grado: il collegio presieduto da Antonella Bertoja ha accolto la tesi dell’accusa, condannando Roberto Calderoli a una pena di un anno e mezzo.

Gioia e soddisfazione esprime la Kyenge dopo il verdetto dei giudici bergamaschi: «Abbiamo vinto un'altra volta. Evviva evviva evviva. Anche se si tratta del primo grado di giudizio, e anche se la pena è sospesa, è una sentenza incoraggiante per tutti quelli che si battono contro il razzismo. La decisione del Tribunale di Bergamo conferma che il razzismo si può e si deve combattere per vie legali, oltre che civili, civiche e politiche».