Secondo i giudici le somme di denaro, per un importo totale vicino ai tre milioni di euro, che Lele Mora ricevette da Silvio Berlusconi otto anni fa «erano di per sé del tutto lecite». A pronunciarsi è la Corte d’Appello di Milano, che dopo aver letto il dispositivo al termine dell’udienza dello scorso maggio, ha depositato in questi giorni le motivazioni della decisione. Corollario di questo accertamento è il fatto che «la circostanza» nella quale una parte di quel denaro è stato dato da Mora a Emilio Fede «come corrispettivo per la sua intercessione» con l'ex premier o «per altri motivi», è penalmente irrilevante.

In primo grado il giudice aveva concluso il processo con una condanna a tre anni e mezzo di carcere, ma adesso in appello l’accusa di bancarotta fraudolenta per l’ex direttore del Tg4 in concorso con il celebre talent scout è caduta. La Corte, presieduta da Giuseppe Onde, ha sottolineato la totale assenza delle prove del fatto che Fede fosse a conoscenza della natura di «imprenditore individuale» di Mora e come tale soggetto a fallimento.

Secondo l’accusa, infatti, il giornalista avrebbe trattenuto 1,1 milioni dei 2 milioni e 750 mila euro trasferiti da Berlusconi a Lele Mora, somme che erano necessarie per risollevare l’azienda di quest’ultimo. Al banco dei testimoni durante il primo grado era arrivato persino Silvio Berlusconi: l’ex premier aveva spiegato che quelle somme erano «un mio atto di generosità, di cui poi non mi sono più interessato», compiuto attraverso il ragioniere di fiducia, Giuseppe Spinelli. Nelle motivazioni appena depositate, dunque, la Corte spiega come prima della dichiarazione di fallimento «come imprenditore individuale», arrivata nell’aprile 2011, Mora «poteva essere plausibilmente considerato», tanto «da Berlusconi come da Fede», alla stregua «di un imprenditore le cui società versavano in gravi difficoltà economico-finanziarie».

Continuano i giudici, spiegando come quei prestiti «in parte dirottati» sui conti di Fede, «risultavano funzionali, nella prospettiva di chi li aveva erogati, ma anche dello stesso Fede, a consentire al titolare indiscusso delle società in crisi di ripianare la situazione debitoria». Tuttavia la crisi dell’azienda di Mora non fu risanata, «per la dispersione di quelle risorse, almeno in parte, per finalità extra-societarie, come riconosciuto dallo stesso Mora». Ma manca qualsivoglia prova che dimostri la consapevolezza dell’ex giornalista di «concorrere nella sottrazione dei beni» ai creditori della società: l’ex direttore del Tg4 va dunque assolto