Si addensano nubi cattive sul presidente degli Stati Uniti d’America e sul futuro del suo mandato. I casi giudiziari che lo vedo coinvolto, seppur in maniera indiretta, stanno infatti procedendo a gonfie vele. Sono due le decisioni che stanno travolgendo la figura di Donald Trump: la prima viene dalla Virginia e condanna Paul Manafort, ex capo del comitato elettorale del tycoon, per vari reati finanziari, tra cui frode fiscale e frode bancaria. Un’altra decisione giunge invece da New York: quasi contemporaneamente infatti Michael Cohen, ex avvocato di Trump e suo stretto collaboratore, si è dichiarato colpevole di otto capi d’accusa, tra cui evasione fiscale, false dichiarazioni bancarie e uso illecito di fondi elettorali, reato quest’ultimo che avrebbe eseguito «in collaborazione e su indicazione del candidato», ovvero il presidente degli USA, Donald Trump. 

 

Era dai tempi di Nixon che l’inquilino della Casa Bianca non aveva problemi così grossi con la giustizia del Paese. I due casi non sono collegati tra loro e non coinvolgono Trump direttamente, ma ledono fortemente la stabilità della sua presidenza, specie se combinati con l’indagine condotta da Robert Mueller, il procuratore speciale che sta indagando sui collegamenti fra le elezioni presidenziali e i servizi segreti russi. Nonostante ciò la condanna di Manafort arriva proprio nel solco delle indagini sui rapporti con il Cremlino, che hanno già portato l’ex generale Michael Flynn, altro importante collaboratore del presidente, a riconoscere alcuni reati. Diverso invece il processo che vede Cohen alla sbarra per aver usato dei fondi elettorali al fine di mettere a tacere due donne circa le relazioni extraconiugali che Trump avrebbe avuto con loro. 

 

Michael Cohen, come abbiamo anticipato, è stato uno dei collaboratori più fidati di Trump, affiancandolo nei momenti più delicati della sua carriera. La procura di New York ha tuttavia deciso di aprire un’indagine sulla storia di Stephanie Clifford, un’attrice pornografica nota con lo pseudonimo di Stormy Daniels. La donna avrebbe ricevuto a pochi giorni dalle ultime elezioni presidenziali 130.000 dollari, sborsati proprio da Cohen perché tacesse sui rapporti con il presidente. La somma sarebbe stata rifusa nei conti di Cohen tramite rimborsi elettorali, figuranti come false prestazioni legali. L’avvocato ha poi ammesso di aver usato lo stesso metodo con Karen McDougal. In che modo questo coinvolge Trump? Cohen era sotto giuramento quando ha confessato di aver agito «in collaborazione e su indicazione del candidato, allo scopo di influenzare l’esito delle elezioni». Una versione dei fatti che è stata confermata dai giudici. Nonostante il presidente abbia sempre negato di essere al corrente di queste pratiche, una registrazione audio lo inchioderebbe. 

 

Diversa invece la storia di Paul Manafort, consulente politico di successo recentemente a fianco dei partiti filo-russi in Ucraina. Fu nell’estate del 2016 che il tycoon lo chiamò per guidare la sua campagna elettorale, proprio quando le prime storie sull’influenza di Mosca negli affari statunitensi iniziavano a circolare. Il procuratore Mueller ha dunque deciso di indagare Manafort, già incriminato e processato per vicende personali, mentre alcune accuse (come riciclaggio di denaro e spionaggio) sono ancora pendenti e verranno esaminate nei prossimi mesi. L’incriminazione ha un enorme valore mediatico perché - come spiegato dal New York Times - è stato  «il primo test in tribunale per il procuratore speciale, che ha dimostrato di poter incriminare qualcuno con successo in mezzo alle intense critiche del presidente e dei suoi alleati». Trump ha bollato l’indagine di Mueller come una “caccia alle streghe”.

 

Secondo i media il filone che potrebbe bruciare di più la presidenza Trump è quello legato ai reati di Cohen, in quanto tirerebbe direttamente in ballo il presidente, reo di aver commesso un reato federale. L’avvocato ha infatti dichiarato sotto giuramento l’implicazione del tycoon nel reato, e tanto basterebbe per un’incriminazione che, stavolta, sarebbe però diretta proprio all’inquilino della Casa Bianca. In realtà nessuna norma vieta di incriminare il Presidente degli Stati Uniti d’America, ma non solo non è mai successo, lo stesso Dipartimento di Giustizia prevede che non sia possibile farlo. Un tribunale che volesse farlo, infatti, dovrebbe attendere l’iter della Corte Suprema, con poca certezza sui risultati, oppure aspettare che si concluda il mandato. Il risvolto peggiore per il tycoon sarebbe la decisione della Camera dei Deputati di avviare il procedimento di impeachment, un atto politico e non giudiziario che segue il sospetto che il presidente abbia violato la legge. Negli Stati Uniti non è mai successo e anche Nixon, che rischiò di rimanerne vittima, diede le dimissioni prima che l’impeachment potesse essere formulato.