Molto rumore per nulla, sarebbe il commento shakespeariano più confacente alla gogna mediatica subita da Fausto Brizzi, il celebre regista che lo scorso aprile è stato travolto da uno scandalo di abusi su attrici e collaboratrici. Sull’onda del #MeToo, infatti, anche Brizzi era stato accusato di aver approfittato della sua posizione per avere rapporti sessuali con altre donne. Ma il procuratore aggiunto Maria Monteleone e i pm Francesca Passaniti e Pantaleo Polifemo hanno deciso di chiedere l’archiviazione per le accuse di violenza sessuale, in attesa della fissazione dell’udienza per le indagini preliminari in cui si pronuncerà il giudice.

I racconti delle presunte molestie erano diversi, ma sono state tre le denunce contro Brizzi per violenza sessuale, tutte presentate fra il 2015 e il 2017. Due di queste sono state fatte pervenire tardivamente.

L’ultima legge in materia risale al 1996 e fissa il termine per la presentazione della denuncia a sei mesi a partire dalla commissione del delitto. Solo in casi particolari, poi, come quando l’aggredito è minorenne, si può procedere d’ufficio.

Alla base della richiesta di archiviazione vi sono dunque anche dei motivi prettamente tecnici, che rendono due delle tre segnalazioni indisponibili all’analisi dei magistrati. Nel terzo episodio, inoltre, secondo gli inquirenti il fatto non sussisterebbe. La ragazza racconta che Brizzi la portò in un appartamento nel quartiere Aventino e dopo essersi denudato l’aveva pressata con una serie di oscenità.

L’episodio sarebbe però la conseguenza di un malinteso: a suffragare questa teoria anche il fatto che la donna, dopo aver ricevuto un libro in regalo dal regista, lo avrebbe scherzosamente rimproverato via Whatsapp del fatto che mancasse la dedica.

E se la vicenda prettamente penale così conclusasi può far tirare un sospiro di sollievo a Brizzi, d’altra parte rimangono alle sue spalle mesi di dura sofferenza, mesi di infamie e di false accuse. Mesi in cui l’opinione pubblica lo ha demonizzato e insultato, a seguito del famigerato servizio de «Le Iene» che avevano dato il via allo scandalo.

Quell’inchiesta, a firma di Dino Giarrusso, allora giornalista televisivo, poi candidatosi con il M5S, viene dal suo autore tuttora rivendicata. Il mancato onorevole parla di «testimonianze dirette e mai smentiti», chiedendo al regista di ammettere che quanto denunciato alla trasmissione è vero.

Sembra che a poco sia valsa la richiesta di archiviazione, pur provando che nessun reato è stato commesso. Sulle pagine di Repubblica di questa mattina si legge anche lo sfogo di Brizzi, che pur rasserenato dalla pronuncia dei magistrati, ora si chiede come farà a spiegare un giorno tutto questo a sua figlia Penelope. «Adesso chi mi restituisce un anno di vita? - commenta ancora il regista - È stato un massacro per me e la mia famiglia».