«Lo stupro è meno grave se lei è ubriaca»: sembra essere questo il filo rosso che collega una serie di reazioni scomposte all'ultima pronuncia della Cassazione. Dichiarazioni di parlamentari e sottosegretari, fior di editoriali sui più noti quotidiani nazionali, fiumi di tweet e post che riportavano tutti un unico pensiero: «più che la vittima, ad essere in stato di ebrezza sono i giudici cassazionisti» che - secondo i più - avrebbero riportato indietro l'evoluzione giuridica e culturale sulla violenza sessuale, depotenziando le tutele poste a chi subisce questo gravissimo reato. La sentenza cassava (dunque, di fatto, annullava) una pronuncia precedente, chiedendo alla Corte che l’aveva emessa di rivedere il procedimento abbassando le condanne inflitte a due cinquantenni, accusati di stupro. Ma davvero gli ermellini hanno preso una cantonata colossale, o stanno facendo solo il loro lavoro di supremi interpreti delle leggi?

Secondo quanto riportato dai giudici, la vittima dello stupro era ubriaca e gli stupratori hanno approfittato della sua condizione di temporanea debolezza per forzarla ad un rapporto sessuale. Si ipotizzava, dunque, che lo stato di ebbrezza della vittima potesse dare motivo di applicare delle aggravanti alla pena che spetta agli aggressori. Tuttavia secondo la suprema Corte, il fatto che la ragazza avesse di sua sponte raggiunto l’ubriachezza, rende inapplicabili le relative aggravanti.

L’opinione pubblica si è prontamente scaldata, infiammata da una parte dei media che ha dato una lettura estremizzata della pronuncia degli ermellini. La stampa, infatti, tende spesso a considerare le decisioni della Cassazione come «norme», mentre nel nostro ordinamento giuridico esse non possono avere nessun valore di precedente (a differenza dei sistemi angloamericani di common law), finendo per essere semplicemente indirizzi interpretativi utili, ma non vincolanti, per i magistrati che si cimenteranno in simili materie o in simili casi.

Il procedimento in questione è relativo a fatti avvenuti nel 2009. I due uomini avevano portato la ragazza a cena fuori e durante il pasto lei aveva bevuto. Quindi i due l’avevano portata in camera da letto e avevano abusato di lei. Qualche ora dopo la donna, al pronto soccorso, ha raccontato l’accaduto. La prima pronuncia arriva nel 2011: un giudice di Brescia assolve entrambi gli imputati per inattendibilità della vittima. In secondo grado – era il 2017 – la Corte di Appello di Torino aveva condannato i due uomini a tre anni, applicando anche l’aggravante prevista dal codice penale per «aver commesso il fatto con l’uso di sostanze alcoliche». A quel punto i legali degli imputati decisero il ricorso in Cassazione, sostenendo che non ci fosse stata alcuna violenza da parte dei due né la riduzione allo stato di ubriachezza, dal momento che la donna aveva bevuto di sua spontanea volontà. La decisione degli ermellini ha confermato la colpevolezza dei due uomini, annullando tuttavia la parte della sentenza che applicava l’aggravante in questione, rinviando dunque gli atti alla Corte d’Appello.

Veniamo dunque alla pronuncia della Cassazione di ieri, la sentenza numero 32462. Scrivono i giudici del Palazzaccio: la donna non poteva dare un «valido consenso» all’atto sessuale, quindi va confermato il reato di «violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica» della vittima, ma «l’assunzione volontaria di alcol esclude la sussistenza dell’aggravante» perché (e qui i giudici si attengono appunto alla lettera della legge) «deve essere il soggetto attivo del reato» a usare l’alcol come mezzo per la violenza, «somministrandola alla vittima». Dunque «l’uso volontario incide sì sulla valutazione del valido consenso ma non anche sulla sussistenza aggravante».

Secondo quanto leggiamo nell’articolo 609 bis del codice penale, che prevede il reato in oggetto, la figura è integrata quando «con violenza o minaccia o mediante l’abuso di autorità» si costringa un altro soggetto «a compiere o a subire atti sessuali», anche «abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto» o «traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona». Al 609 ter troviamo invece le aggravanti relative al reato, tra cui quella di averlo commesso «con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa». Dunque, per integrare il reato è sufficiente la costrizione e l’assenza di consenso della vittima, anche se quest’ultimo non può essere espresso perché la vittima non è pienamente capace di intendere e di volere. L’aggravante alla pena è infine applicabile se chi ha perpetrato il reato ha anche «somministrato» la sostanza intossicante, al fine di commettere l’illecito.

La decisione della Corte di Cassazione ha immediatamente scatenato un susseguirsi di critiche: secondo una buona parte dell’opinione pubblica, infatti, quella degli ermellini è una decisione che rompe le tutele che l’ordinamento ha accordato a chi è vittima di stupro. Le prime voci a levarsi – come spesso accade – sono quelle della politica: dal Pd, la vicepresidente vicaria Alessia Rotta ha affermato nel pomeriggio di ieri che «sul corpo e sulla vita delle donne la cultura, soprattutto quella giuridica, non avanza di un passo, anzi la sentenza della Cassazione ci porta indietro di decenni». «Oggi come allora – proseguiva la deputata dem – si trovano attenuanti a un reato tanto odioso quanto grave». Dello stesso avviso anche in casa Forza Italia, la coordinatrice di Forza Italia Giovani, Annagrazia Calabria, che dichiara: «Far passare anche solo lontanamente l’idea che approfittare della mancanza di pieno autocontrollo da parte di una donna non sia un comportamento da punire in maniera ancora più dura è un passo indietro nella cultura del rispetto e nella punizione di un gesto ignobile e gravissimo». Al coro si è aggiunto anche Jacopo Morrone, leghista e sottosegretario alla Giustizia, che ai microfoni di “6 su radio 1” ha detto di essere «semplicemente sconcertato». «Una sentenza che ci fa fare passi indietro e non in avanti» ha aggiunto Morrone. 

Il mondo politico ha acceso la miccia, poi la cascata si è riversata sui social e nel web. Decine e decine di post, tweet e commenti hanno aspramente e duramente criticato la decisione della Cassazione. Ma già nella giornata di oggi sono molte le voci che si levano a sostegno delle tesi degli ermellini. In effetti la sentenza è stata da più parti ripresa in maniera tendenziosa e distorta, lasciando intendere che si stesse in un qualche modo depotenziando il reato di violenza sessuale. Ad esempio un noto quotidiano questa mattina riportava come titolo alla questione «Se lei è ubriaca lo stupro non è più grave»: un’affermazione di per se non errata, ma che ha bisogno di più di una precisazione. Se lei non è ubriaca, ma viene costretta, è stupro, che è ancora più grave se l’abuso viene perpetrato in un momento in cui la vittima vede ridotte le sue capacità psicofisiche, ma se è stata la donna a decidere volontariamente di assumere sostanze alcoliche, non possono essere puniti gli aggressori per averla indotta allo stato di ubriachezza perché – concretamente e giuridicamente – non lo hanno fatto