Sono stati tutti assolti gli imputati del processo per la morte di Giuseppe Uva. Due carabinieri e sei poliziotti erano infatti finiti sotto indagine per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona dopo che Uva era deceduto al termine di una notte passata in caserma. La pronuncia del giudice ha confermato quella di primo grado che assolveva tutti gli imputati «perché il fatto non sussiste». Alla lettura della sentenza sono seguiti gli abbracci degli imputati con i loro difensori, gesti di giubilo che hanno innervosito i familiari di Uva: «La legge non è uguale per tutti. – ha detto la nipote, Angela - Sono anni che infangate il nome di mia madre e di mio zio e non avete mai avuto rispetto della nostra famiglia». «Auguri ai vostri figli che hanno dei brutti genitori» ha ripetuto ancora la nipote, alla quale l’avvocato Pietro Porciani ha risposto con un lapidario «Si vergogni». 

Gli agenti imputati hanno così commentato «Abbiamo fatto solo il nostro dovere, quella sera». Nonostante gli effetti della sentenza di primo grado siano di fatto uguali a quelli della pronuncia d’appello, per due imputati, Paolo Righetto e Stefano Dal Bosco, la formula d’assoluzione dall’accusa di sequestro di persona è passata da «per non aver commesso il fatto» a «perché il fatto non sussiste». 

I giudici certificano quindi, seppure in maniera implicita, che quel 14 giugno del 2008 Uva incontrò la morte per cause naturali. Si trovava all’ospedale Circo, presso Varese, dove era stato condotto per un trattamento sanitario obbligatorio. La causa della morte è probabilmente un’aritmia cardiaca, come si apprende dalla perizia chiesta dai giudici. Per gli imputati erano state chieste dal sostituto procuratore Massimo Gaballo pene molto pesanti, comprese fra i 10 e i 13 anni di carcere. Le evidenze, per stessa ammissione del pm, non portavano in maniera indiscutibile ad un pestaggio (eccetto delle lievi lesioni sulla sommità del cranio e alla base del naso) ma secondo il magistrato la morte di Uva sarebbe collegata alla «tempesta emotiva» vissuta quella notte. In quelle ore infatti Uva era fuori con l’amico Alberto Biggiogero, in giro tra i bar per bere e fumare dell’hashish. Secondo il racconto dello stesso Biggiogero mentre i due si stavano divertendo a spostare delle transenne nelle strade del centro di Varese, un carabiniere, sceso dall’auto di servizio, avrebbe detto «Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia!». Il testimone spiega che queste parole furono rivolte ad Uva perché si vantava di avere una relazione con la moglie dell’agente in questione. Quindi, sempre secondo i racconti dell’amico, Uva sarebbe stato picchiato e trascinato in caserma. Ma l’arresto, come sottolinea Gaballo, era illegittimo in quanto Uva non aveva commesso alcun reato. 

Secondo la sorella di Giuseppe Uva, Lucia, il fatto stesso di avere al loro fianco un pm favorevole è già una vittoria: «Per la prima volta – ha dichiarato Lucia – abbiamo avuto un pg dalla nostra parte». La donna ha annunciato la volontà di «andare avanti e fare ricorso anche in Cassazione, perché, avendo la Procura generale dalla nostra parte, non ci fermeremo». Il suo avvocato, Fabio Ambrosetti, ha spiegato che la sentenza non è da loro condivisa: «Sono preoccupato – queste le parole del legale – da cittadino soprattutto per l’assoluzione dall’accusa di sequestro di persona: non c’erano i presupposti per fermare e portare in caserma Uva». Secondo Gaballo infatti l’arresto sarebbe stato «totalmente illegittimo». Come spiega anche il pg un cittadino può essere privato della sua libertà e portato in caserma solo se ha commesso un reato o si rifiuta di farsi identificare. Tuttavia nessun reato era stato commesso, non ci sono prove che Uva si sia rifiutato di consegnare i documenti e comunque era già noto alle forze dell'ordine